Lo ScapoloSaltando a pie' pari la facile retorica delle commemorazioni (perdonate ma non le amo molto), vorrei soltanto ricordare brevemente che la scorsa settimana le tv nazionali ci hanno regalato una bella serie di piccoli tesori tratti dalla filmografia di Alberto Sordi. Ho potuto vedere così finalmente alcune pellicole che non avevo ancora avuto modo di gustare. Tra queste "Il moralista", azzeccatissima satira di costume che ritrae la figura del castigatore di costume come un ipocrita morbosamente sedotto da ciò che cerca di reprimere: spettacolini lascivi (ovvero quei deliziosi strip-tease grottesque che oggi ci sogniamo, abituati a spettacoli ben più spinti e privi del minimo gusto) e donnine allegre. Nel cast anche una memorabile Franca Valeri, solitamente "signorinetta snob" pronta a snocciolare perle di saggezza (purtroppo, qui, non anche di "acidità" come nel suo sommo capolavoro che non mi stancherò mai di ricordare "Parigi o cara" - prima o poi dovrò fare un post anche su di esso) in idioma anglosassone in un'Italia allora ancora molto legata alla Francia e quindi con istruzione linguistica base, di francese (se pensate a come i nostri genitori o nonni pronunciassero tutto alla francese, con la stessa disinvoltura con cui oggi si pronuncia tutto all'inglese - "Craftuerc", per dirne una).
Ma è "Lo Scapolo" ad avermi maggiormente deliziato. Diretto nel 1955 da Antonio Pietrangeli, è una gustosa commedia che, come si può facilmente prevedere, alla fine condurrà il più impenitente degli scapoli a portare all'altare la donna che lo ha sempre amato segretamente. Anche qui viene ritratta un'Italia un po' retro, l'Italia del latin lover, del donnaiolo con occhiale da sole démodè e capello impomatato, con l'agendina sempre piena di numeri di telefono di donnine allegre e frequentatore di localini esclusivi dove si esibivano complessi di mambo e di cha-cha-cha. Un mondo diviso nettamente in due da una cortina di fiori d'arancio: il mondo degli scapoli e il mondo degli ammogliati, senza vie di mezzo se non per pochi rarissimi eletti (Fausto Coppi e la sua "Dama Bianca", per fare un esempio noto), comunque tacciati come sommi peccatori meritori della più crudele punizione eterna. Scapoli in ogni caso anche grandemente spacconi: una buona parte delle avventure galanti millantate dal ragionier Anselmi è solo il frutto della sua fantasia.
Una volta che il suo compagno di appartamento, scapolo e donnaiolo come lui, si sposa, però, Paolo Anselmi è costretto a trasferirsi in una squallida pensioncina (l'arredamento è qualcosa di allucinante, sa di "vecchio" e ammuffito e il povero Anselmi finirà per subire le avances da parte della matura proprietaria), qui incontra e intrattiene una relazione con la hostess Gabriella (una giovanissima Sandra Milo), che vorrebbe legarsi a lui, ma egli, in nome della "libertà" sommo bene inalienabile per il vero maschio, la lascia. A poco a poco, però, Anselmi vede la sua vita attanagliata dalla solitudine e dal senso di abbandono e comincia a farsi strada in lui l'idea di prender moglie. La scelta della candidata non è però delle più facili, le belle signorine che conosce e frequenta nella vita di tutti i giorni, fanno affiorare difetti intollerabili, ed egli non si accorge che la felicità sta a portata di mano: la graziosa Carla (Madeleine Fisher), proprietaria assieme al padre di un negozio di elettrodomestici, è da sempre segretamente innamorata di lui.
Lo Scapolo Tuttavia, nonostante i molti fraintendimenti e orgogli feriti, alla fine, l'amore trionferà.
Del lungometraggio è bello soprattutto notare come i tempi siano radicalmente cambiati e come tutto cinquant'anni fa fosse molto più candido e ingenuo: oggigiorno se da un lato la sessualità e i rapporti di coppia vengono vissuti in modo, fortunatamente, molto più rilassato e le relazioni non devono essere più essere così "definitive" e anteporre il permesso clericale o legislativo, si cerca anche spesso di illudersi a che i sentimenti possano essere tranquillamente accantonati per vivere con più disinvoltura i rapporti con l'altro sesso.
Dal film, emerge inoltre una realtà molto lounge, quella dei localini dove scapoli e donnine compiacenti andavano per conoscersi attraverso telefonate tra un tavolo e l'altro o di night dove si esibivano (e qui scusate, ma un sospiro di invidiosa rassegnazione me lo lascio sfuggire) i grossi nomi delle orchestre internazionali di allora: possiamo infatti ammirare il complesso di Xavier Cugat e Alberto Sordi ballare un cha-cha-cha con la bella moglie di questi, Abe Lane, che proprio nell'anno in cui venne girato il film, conducevano una loro trasmissione televisiva sull'allora unico canale nazionale: "Casa Cugat". E se oggi la parola "orchestra" fa pensare per lo più o alla musica classica o alle orchestrine liscio che si esibiscono nelle sagre, allora aveva un significato ben più seducente e cool: definiva infatti i combo che sprigionavano quella melodia dolce e onirica, che oggi viene chiamata easy listening.
Affascinante.
Sembrerebbe il titolo di una fanzine dark... e invece si tratta del più bel brano cantato da Patty Pravo negli anni settanta. Forse sto diventando gay, ma vi assicuro che questa canzone mi sta prendendo mortalmente. La metto su e la lascio andare canticchiandoci dietro. E poi la devo riascoltare e riascoltare svariate volte, lasciandomi travolgere dalla sua malinconia carica di rimpianti e di sospirati dolci ricordi. Retro del singolo "Pazza Idea", "Morire tra le viole", viene incluso anche nell'omonimo album dello stesso anno: il 1973.
Anno particolare, il 1973, almeno per una serie di accadimenti nella mia vita... È stato tra gli anni più importanti anche dal punto di vista dei miei culti personali. In quell'anno infatti al cinema vengono proiettati: "Zardoz", "Ultimo tango a Zagarolo", "Jesus Christ Superstar", "Sessomatto". A Londra viene rappresentato per la prima volta il "Rocky Horror Show". Musicalmente Gary Glitter incide "I'm the leader of the gang", Fausto Leali "La bandiera di sole" (una marcetta cheesy da brividi!), Battiato "La convenzione" (qualcosa di impressionante), Mia Martini "Minuetto", Cochi e Renato "Il poeta e il contadino" (dalla trasmissione omonima), gli Inti-Illimani "¡Viva Chile!" (lo so che sono totalmente non-abastoriani, ma sono stati tra i musicisti che ho più ascoltato da bambino!). E questo solo per citarne alcuni...
Il 1973 chiude anche un'era. Quel periodo a cavallo tra gli anni '60 e '70 che tra psichedelia e progressive ha visto produrre i fenomeni più affascinanti... si chiude un'era di slancio nella sinistra, con la mazzata del golpe in Cile, e poi l'Austerity e le balle sulla crisi energetica (ci raccontavano che le risorse di petrolio erano ormai alla fine o qualcosa del genere)...
Meglio dormire sotto il sole e morire tra le viole...

Morire tra le viole
(Maurizio Monti)

Sotto il sole col vestito leggero
che un vento caldo mi stringeva più addosso
forte respirai col mio piccolo seno
le mie mani pronte e gli occhi chiusi senza più paura

Tanto bello da concedermi all?amore
e dormire sotto il sole
e morire tra le viole
e morire tra le viole

Nella nebbia io ti vedo arrivare
fuori c?è freddo sei stanco e seccato
entri in casa ed io sto mangiando una mela
ti sorrido e dico, amore, domani è primavera

Tanto bello da fermare quel momento
un amore sotto il sole
e morire tra le viole
e morire tra le viole


P.S. Vabbeh, stavolta ho barato: purtroppo non possiedo questo 7", di Patty Pravo ho soltanto una raccolta su CD e i due singoli "La bambola" e "Pensiero stupendo" su vinile.
Erano 25 anni che lo stavo aspettando. 25 anni che aspettavo che riprogrammassero uno dei più alti e più innovativi momenti che la televisione italiana abbia mai visto, e che mi hanno maggiormente influenzato durante la mia infanzia (nel '77-'78 avevo poco meno di 10 anni e Odeon - Tutto quando fa spettacolo, fu una dei miei più forti e importanti imprinting erotici, dopo i quadri del Tiziano e del Tintoretto e prima di Stryx). 25 anni di attesa e finalmente... rifanno Odeon! Non si si tratta però di una riprogrammazione delle due vecchie edizioni, andate in onda nel 1977 e nel 1978, ma di una nuova edizione, che però propone nuovi servizi, inframmezati da vecchi spezzoni.
Keith Emerson - Honky Tonky Train Blues Devo dire che ne sono rimasto abbastanza soddisfatto (ne sarei più soddisfatto se si fosse vista soltanto la riprogrammazione delle prime due edizioni, ma non si può sempre avere tutto dalla vita): tra i nuovi servizi ci sono cosucce interessanti, specialmente dal lato porcellone. Belle le chicche strambe che fanno scoprire nuove delizie ai nostri occhi (sopra tutte la casa anni cinquanta sotterranea e il mago messicano che sembra un incrocio tra il Mago Otelma e Liberace!). Bei servizi su fotografi come Helmut Newton o David Hamilton. Altre cose sembrano inserite un po' forzatamente, ma il tutto risulta cmq piacevole da vedere e dulcis in fundo Arianna Marchetti mi affascina tremendamente.
Per celebrare degnamente questa produzione rai dal sapore così retrò, non posso che tirar fuori dalla mia collezione di vinili, i due singoli con le sigle delle diverse edizioni suonate all'honky tonk piano da Keith Emerson (membro fondatore di Emerson, Lake & Palmer, tra i più scatenati esponenti della scena progressive e tra i maggiori virtuosi del Moog, memorabile la loro versione elettronica dei "Quadri di un'esposizione" di Mussorgsky, per non parlare della colonna sonora del solo Emerson per l'horror di Dario Argento "Tenebre").
Keith Emerson - Odeon Rag I due brani scelti per fare da sigla all'originale Odeon, sono "Honky Tonk Train Blues", di Meade Lux Lewis e "Maple Leaf Rag" di Scott Joplin. Il secondo assoluto Maestro di un genere, il "rag time", che oggi la stragrande maggioranza delle persone non sa nemmeno immaginare che possa essere esistito. Ebbene, avete presente quella musica suonata al piano "honky tonk" (il pianoforte presente in TUTTI i saloon dei film western dall'inconfondibile suono un po' metallico) da pianisti in gilet, con le giarrettiere alle maniche e con in testa la paglietta, che andava di moda negli anni '20-'30 negli Stati Uniti e che si sente in film come "La Stangata"? Ecco, grosso modo vi può dare un'idea di che cosa sia il "rag time". Musichette frenetiche e frizzantine dal sapore inconfondibilmente retro.
 Parecchi anni addietro, spinto dallo charme che musica come quella della sigla di Odeon trasmettevano, mi spinsi alla ricerca di musica "rag" e mi imbattei in un grazioso LP di Scott Joplin, contenente la ristampa di vecchissime incisioni fonografiche gracchianti e naturalmente monoaurali, ma gustose e rinfrescanti come un "Blob" Toseroni assaporato d'estate all'ombra degli alberi lungo il viale di una città balneare.
Purtroppo nelle tante mode musicali, anche quando si è trattato di riscoprire vecchi generi dimenticati, questa bellissima musica è sempre stata totalmente ignorata, Per fortuna ci sono stati Odeon e Keith Emerson a ricordarcela. E se è ritornato "Odeon - Tutto quanto fa spettacolo sat", vuol dire che ci sono ancora speranze per l'umanità!
In questo periodo sono poche e particolari le cose che mi danno piacere. Piaceri intimisti, introversi. Ed esse posso ridursi sostanzialmente a: cioccolato fondente (ottimo antidepressivo - altro che Valium-Tavor-Serenase, per fare una citazione punk - provate lo Streglio e poi mi direte), il porto (nel senso di vino liquoroso, non di località costiera alla quale Malgioglio ha dedicato la sua ovviamente ambiguissima "Occhio al porto"), una serie di buoni, vecchi, irripetibili film, della raffinata musica easy listening, della trascinante discomusic anni settanta, della cupa musica industrial o delle morbide colonne sonore anni sessanta. Insomma: ciò che più mi piace è ciò che più mi piace e mi dà diletto, quindi perché privarmene? Per di più sono le cose che ti consentono di sopravvivere.
Tra questi piaceri uno dei più incommensurabili è il bellissimo, sensuale, travolgente, languido 7" di Asha Puthli "The Devil is loose". Ma niente ritrovamenti nei mercatini, stavolta, questo è un 45 giri che mi porto appresso gelosamente fin dalla mia infanzia, assieme ai singoli di "Capitan Harlock" e di "Blood & Honey", per citarne un paio. Una melodia languida (perdonate il ripetere di questo aggettivo, ma è quello che meglio descrive la musica di Asha: dico, ma l'avete presente su "Stryx"?!), che ti attraversa la pelle come una mano guantata di seta e titilla le tue zone erogene... uno dei più bei pezzi disco mai scritti. Chitarra wah-wah, amalianti violini, e su tutto questo, come un serpente striscia la sexyssima voce di Asha... ah! Diabolica canzone! Potrei farla risuanare nelle mie orecchie per ore e ore ripetutamente senza mai stancarmene (altro che "Der Mussolini" dei DAF o "A forest" dei Cure, che a forza di sentirle rimbombare nei dancefloor dark mi sono uscite da tutti i fori del corpo!).

The Devil Is Loose
(D. Zimmermann - A. Puthli)

The devil is loose
Oh the devil is loose, go and get him
Woo him all day by singing the blues
(You're the devil)
Dine him all night by drinking the booze
(You're the devil)

Ooh the devil is loose
Oh the devil is loose, go and get him
He'll be in town while paying his dues
(You're the devil)
Make him an offer that he can't refuse
(You're the devil)

A devil came
I'll be there watching him coming for you
I want to be seen, 'cos I bet

Oh the devil is loose
Oh the devil is loose go and get him
He's lonely unhappy and much abused
(You're the devil)
He'll try to avoid you with some old excuse
(You're the devil)

Oh the devil is loose
Oh the devil is loose go and get him
He'll take you for granted as someone to use
(You're the devil)
Once you have met him you'll be willing to lose
(You're the devil)
Hey devil man!!!!!


Rivedendo le regine della disco '70 viene spontaneo soffermarsi a riflettere su quanto riuscissero a essere sensuali, senza apparire tuttavia mignotte. Belle, affascinanti, incantevoli streghe ammaliatrici, ma mai e poi mai scadevano nelle zoccole da marciapiedi che siamo costretti a vedere oggigiorno su MTV! Fate il confronto con una qualsiasi delle incantevoli Dee D. Jackson, Asha Puthli, Donna Summer, e poi prendete una qualsiasi, dico qualsiasi, cantante pop WASP, latina o afro-americana odierna, e soppesate la differenza.
Dottoreee!!! Dov'e sta andando col Tardis senza di me?! Aspetti! Ho un appuntamento con Asha Puthli e Dee D. Jackson nel '77!
Un sentito ringraziamento con tutto il cuore va a Retaliation, il blog del Wertham, che ci ha recensiti con toni entusiastici.
Grazie Depla!!!
(Vi piace il template che gli ho confezionato? ;D)

P.S.
Benvenuto anche a Indastria!
Chissà per quale dannatissimo motivo, ogni volta che sento qualcosa di tedesco mi trasmette quasi sempre una sensazione di epica vagamente militare! Pensavo che soltanto Heino, nei suoi canti marinareschi, mi inducesse a simili sensazioni, invece persino Freddy Quinn, melodico crooner alemanno dalla voce calda e rotonda come un whisky irlandese di 16 anni, riesce a evocarmi scenari di U-Boot della II Guerra Mondiale che pattugliano il mare del nord a caccia di incrociatori britannici armati fin sopra i denti. Eh... ma anche lui non è che faccia molto per distoglierti da simili visioni: questo LP "Von Kontinent zu Kontinent" se ne parte con un brano che è quasi industrial, costruito com'è, in modo assolutamente sperimentale! "Auf hoher See", parte infatti con un coro a bocca chiusa (avete presente la "Madame Butterfly"? Ecco... e potete anche fumare, il fumo non pregiudica il test.), che viene subito sommerso da rumore di risacca, sciacquettio di onde, marinai nudi e sudati sotto coperta... E poi arriva lui, Freddy, a raccontarci di quali continenti visiteremo in questa gaia crocera (vabbeh, sparo a caso, tanto non c'ho capito una parola!)... e poi ecco arrivare una marcia militare aperta da suono di timpani e rullanti sulla quale parte la musica dove lui intona le note della tittle track "Von Kontinent zu Kontinent", quasi si trattasse di un'adunata di vecchi sommergibilisti della marina militare Germanica.
Non basta, perché mentre Heino, da sempre assolutamente immerso in un autentico, casto e puro spirito völkisch non si sognerebbe mai e poi mai di cantare altrimenti che in tedesco (vabbeh... una volta lo ha fatto: ha tradito il suo idioma teutonico e ha cantato in... olandese! Eh... direte voi, capirai la differenza!), Freddy invece si lascia andare ad un canto internazionalista e lo sentiamo darsi allo spagnolo e all'inglese con la più totale disinvoltura. "Señor Capitan" è infatti un pezzo di sapore prettamente (neo?) folk sudamericano, degno di essere intonato dai barbudos di Fidel mentre marciano alla conquista dell'Havana... e così, Freddy (come ogni cantante Schlager che si rispetti), ha anch'egli cantato la sua versione di "Cu-cu-ru-cu-cu Paloma", naturalmente in lingua originale.
Vabbeh, rimaniamo in territorio (o meglio: in acquaio) marinaresco, perché i sommergibilisti della Kriegsmarine stanno navigando in direzione dell'Oceano Indiano, per una missione segretissima... "Einmal noch nach Bombay", cantano tutti mestamente, mentre una lacrima vola alla loro bella Inga... Ma è solo un attimo, perché gli allegri commilitoni si riprendono subito con "So schnell sieht ein Seemann nicht black" e "Bombay-Bill".
Coinvolgentissima "Good Night, Ladies", canzone da veri marinai donnaioli, prodighi di promesse mai mantenute... Da cantare tutti in coro mentre la nave si allontana e il porto scompare all'orizzonte, e il vostro compagno di cabina già allunga le mani in direzione dei vostri glutei... "My Bonnie is over the ocean", sembra rispondere lei (e non sappiamo bene se voglia alludere a qualcosa...). Invece con "Roll the cotton down" sembra di essere capitati a bordo di una nave di negrieri del XIX secolo... uno spiritual, molto toccante.
Probabilmente il disco è il resoconto di una crociera dove Freddy Quinn ha cantato a bordo, lungo tutto il viaggio (altra abitudine dei cantanti Schlager assai di moda e che ci invoglierebbe ad imbarcarci assieme a loro alla volta delle Canarie): sul retro dela copertina sono riportate foto di città costiere e porti di tutto il mondo, dov'è ancorata la nave che ha portato con se le melodie di Freddy e dell'orchestra che lo accompagna.
Roba da mettera la pelle d'oca e ascoltare a tutto volume.
The Boys in the Band "...quando è sobria è pericolosa, ma se beve... è mortale!" Così ci avverte il festeggiato da poco giunto al party per il suo compleanno nel film del 1970 "The Boys in the Band" ("Festa per il compleanno del caro amico Harold", con quella solita cattiva abitudine di stravolgere il titolo di una pellicola, che hanno a volte i distributori italiani...): lui, Harold, l'ebreo butterato e omosessuale causa e motore apparente attorno al quale nasce questo sommo capolavoro del cinema gay. Apparente, sì, perché in realtà Harold è solo il pretesto per mostrarci pazzie e retroscena psicologici della comunità omosex newyorkese, e "perno" della pellicola, solo per via del titolo italiano: in originale, infatti, sono tutti i "ragazzi della gruppo" ad essere protagonisti a pari merito della serata festaiola che si tiene a casa di Micheal, nevrotico e cinico omosessuale cattolico che elargirà a piene mani la sua perfidia da vecchia zia acida, una perfidia tipica del mondo gay, per chi lo conosce bene e sa andare oltre ai soliti scontati luoghi comuni sulla "sensibilità". Un mondo che nonostante ciò (o forse proprio per questo) è estremamente colto ed affascinante, seppure visto con il filtro di un'ottca eterosessuale.
Dico subito che "The Boys in the Band" è da sempre uno dei miei cult movie preferiti, così come lo è il R.H.P.S. o "Parigi o cara", e perciò non posso che essere di parte descrivendolo come un vero gioiello, ricco di battute pungenti e geniali, da memorizzare istantaneamente, e retto da un cast perfetto, il medesimo che lo portò al successo come lavoro teatrale (scritto da Mart Crowley), e da un regista, William Friedkin ("L'esorcista"), che saprà dirigerlo con delicata eleganza. E ne parlerò dopo l'ennesima visione notturna (no, fermi, non andate a sfogliare il giornale dei programmi: me lo sono rivisto in videocassetta).
HaroldMichael e il suo amante del sabato sera, Donald, attendono i loro amici per festeggiare il compleanno di Harold: Emory, un effeminatissimo antiquario, Hank, un professore che ha abbandonato la moglie per il dissoluto Larry, Bernard, un bibliotecario nero. La festa parte sulle note di una scanzonata, "gaya", follia, proprio sul più bello piomba nel bel mezzo di un balletto Alan, ex compagno di università di Michael e irrimediabilmente eterosessuale. Alan ha dei problemi coniugali ed è animato da una violenta omofobia, poco prima dell'arrivo del festeggiato, infatti, egli finisce con il picchiare il povero Nemory, che ha l'unica colpa di non nascondere la sua omosessualità sottolineandola, al contrario, con abbondanti scheccate. E se gli estremi opposti inizialmente si scontrano, poi finiranno per solidarizzare contro la perfidia del loro ospite... Harold apostrofa la "pecora etero" della famiglia, con una delle sue sibilline battute a effetto dirompente: "Chi è, quella? Che cosa vuole, quella? Che cosa spera di diventare, quella?". Nei bicchieri di tutti gli ospiti l'alcool abbonda, eccetto nel rude Hank, che beve soltanto birra, sotto forma di shockanti cocktail dai colori più improbabili (rimangono avvolti nel mistero gli ingredienti del "Balena Blue", che vediamo preparae da Emory in un.... frullatore!). Anche il "regalo" che Emory ha portato per Harold rientra nella folle gayezza della serata: si tratta infatti di un marchettaroche Emory ha rimorchiato lungo la strada: un biondino vestito da cowboy e dallo scarso quoziente intellettivo, che non pare avere altro per la testa oltre ai bilanceri della palestra in cui allenarsi (luogo preposto a ospitare le pulsioni omoerotiche maschili fin dalla notte dei tempi e chi vuol capire capisca...). La perfidia del cattolicissimo Michael finirà per portare tutti sul baratro della depressione, grazie a un gioco, nel quale vince solo chi riesce a telefonare alla persona che ha più amato nella sua vita, e, vedendo fallito il suo tentativo di portare alla propria parrocchia l'ex-compagno di classe Alan, lo porterà a rompere il fragile equilibrio dei suoi nervi.
In sottofondo una gradevolissima versione orchestrale di "The look of love" di Burt Bacharach. Gli anni '60...

Bright Lights Film Journal | The Boys in the Band
The Boys in the Band
Vogliamo parlare un po' di Spaghetti Punk? Per me lo Spaghetti Punk più propriamente detto non è quello di esempi più "nobili" di punk italiano degli esordi (per dire HitlerSS o Tampax), quanto più quel punk "vorrei ma non posso", o ancora meglio "vorrei, ma non ho capito bene che cosa sia". Infatti per essere vero SP, deve possedere i seguenti requisiti: essere cantato in italiano, essere musicalmente quanto di meno "punk" ci si possa aspettare (molto Spaghetti Punk, infatti, assomigliava molto di più all'hard-rock o, ben che vada, al glam rock, che non al punk britannico: gli artisti "punk" italiani non avevano forse mai sentito del vero punk?), ma soprattutto avere alla base un grosso fraintendimento su che cosa fosse il punk!
Infatti in quegli anni in Italia il punk era visto come qualcosa di semplicemente folle e malato, contavano molto di più i capelli colorati e l'autolesionismo che non la musica o i testi, o tout cout come un movimento filo-nazista, soprattutto dalle frange di estrema sinistra che in quei periodo attaccavano tutto e tutti, bastava il semplice pretesto di "non essere impegnati" (apprendiamo da "Odeon - Tutto quanto fa spettacolo" che fu attaccato persino un concerto di Santana a suon di bombe Molotov...).
Nel filone rientrano così personaggi come Jo Squillo, Incesti, Decibel, Judy Karol, l'Anna Oxa di "Fatelo con me", la Rettore di "Kamikaze Rock'n'Roll Suicide", Ivan Cattaneo, ecc. Un discorso a parte va fatto per i Krisma, che rappresentano un fenomeno del tutto a sé stante, e sono i primi (e forse unici) veri paladini dell'elettro-wave all'italiana, degnissimi di essere paragonati a un Gary Numan o a un Fad Gadget, tutt'altro che improvvisati e "modaioli".
In questo periodo stanno girando le acquisizioni degli album "Girl senza paura" di Jo Squillo Eletrix e "Punk" dei Decibel, che qualche buon anima ha avuto il buon cuore di mettere a disposizione in p2p, e ci è dato così ascoltare finalmente questi leggendari album di autentico Spaghetti Punk. L'album di Jo Squillo (uscito nel 1981 per la 20th Secrets di Muciaccia), che mi risulta aver inciso soltanto "Sono kattiva" (uscito per la Cramps Records!!!) come Kandeggina Gang, contiene le ormai arcinote "Violentami sul metrò" e "Skizzo Skizzo", passate sia nella prima che nella seconda edizione di "Cocktail D'Amore", programma che ha rilanciato Amanda Lear e ha riportato alla ribalta tutta la Spaghetti Wave (i "Maccheroni Elettronici" di Alberto Camerini) italiana e ricordato personaggi culto come Diana Est. Oltre a queste "hit", l'intero album è comunque fresco e frizzante, il sound di Jo Squillo, musicalmente parlando, si avvicina più al new-romantic di Adam & the Ant o di Bow Wow Wow, che non al punk di Sex Pistols, Ramones o Sham 69, tuttavia è piacevole e leggero come una 7Up. Quel che ci lascia più interdetti sono i testi, di sapore un po' "povero", un po' stupidini nelle loro "denunce sociali": concetti non molto elaborati che sembrano usciti dal diario di una adolescente, e non sono andati molto più in là del precedente "Sono kattiva". "Professori bastardi, i vostri libri sono bugiardi", possiamo dire sia il concetto più elaborato che esce dalla track "Ma chi se ne grega". "CX" vorrebbe essere una denuncia di sapore vagamente ecologista, con la ripetizione ossessiva del ritornello "La meccanica ti da lo smog". Mentre più esplosiva è "L'asta" di apertura, che urla brevi slogan come "Ventimila? Trentamila? Accetto!"(!!!), o ancora "Brucia brucia la città!" e "Fuoco fuoco su Milano!". Di un'erotismo clamorosamente sdolcinato, infine, "Voglio farlo con te":

Colorata farfalla
io ti volo sulla spalla
vorrei essere sincera
per godere questa sera
calamite attratte
desiderio del tuo sesso
sono stimoli continui
lo si deve far più spesso

Voglio farlo con te, amico!
Voglio farlo con te, adesso!
Voglio farlo con te, amico!
Voglio farlo con te!

Com'è strana questa sera
tu mi sei simpatico
non c'è niente di strano
se lo sguardo è un poco lucido
gira giusto ancora un po'
voglio andare fin lassù
una stella da sognare
io stasera sto per fare...

Voglio farlo con te, amico!
Voglio farlo con te, adesso!
Voglio farlo con te, amico!
Voglio farlo con te!

(assolo)

Voglio farlo con te, amico!
Voglio farlo con te, adesso!
Voglio farlo con te, amico!
Voglio farlo con te!


(Se ne volete sapere di più qui trovate la discografia di Jo Squillo: Discografia Jo Squillo)

Di tutt'altro spessore l'album dei Decibel (sono in possesso della copertina solo perché fu riutilizzata per la compilation di punk italiano "Killed by Death d'Italia" senza alcuna modifica) di Enrico Ruggeri. L'album del 1978 contiene infatti testi molto intelligenti e raffinatamente provocatori, e in grado di andare oltre il velo di illusione dei movimenti già allora, sapendo denunciare gli errori in cui cadevano certi fanatismi politici: in "Col dito... col dito" alle femministe si rimprovera di non rincorrere tanto la "parità dei diritti" (e dei doveri?), quanto cercare soltanto di invertire i ruoli; in "Il leader" ai movimenti studenteschi (ricordiamo che in Italia nel 1977 si visse una sorta di secondo '68) di seguire delle mode o rappresentare un'occasione per i suoi portavoce di mettersi in mostra. Belle anche "Superstar", nella quale si suggerische che l'idolatria nei confronti dei cantanti rock nasconda in realtà soltanto invidia e desiderio di sostituirsi ad essi, e "Il lavaggio del cervello", dove si dipingono i media come mezzi atti a sottomettere e manovrare il loro pubblico (strano: propri la stessa sensazione che ho io!). Affascinante, infine, anche "Indigestione disko", nel quale la discomusic viene ritratta come sorta di sfogo fornito dal "sistema" e per pilotare così i desideri dei giovani. Al di là delle considerazioni che non posso condividere su quest'ultimo genere musicale, a causa del mio incondizionato amore verso la discomusic dei '70, questa, come le altre song, sembrano aver ben dipinto delle realtà sociali con le quali dobbiamo fare i conti anche ai giorni nostri. Istruttivo e affascinante.
Insomma, sarebbe meglio riuscire ad impossessarsi dei vinili originali, ma, in mancanza di essi ci accontentiamo di queste acquisizioni audio. Se riuscite, fatele vostre, perché ne vale veramente la pena.

(Il sito della Merak, che ospita la pagina ufficiale di Enrico Ruggeri: Merak - Produzioni Musicali)
MegasalvishowNell'archivio della mia coscienza trova spazio uno show demenziale condotto da Francesco Salvi sul finire degli anni '80: Megasalvi Show (sigla: "C'è da spostare una macchina"). Non che abbia una passione sfrenata per la comicità abbastanza "stupidina" di Salvi, tuttavia le sue performance conservano sempre un tocco di surrealismo che mi risulta essere dote più unica che rara tra gli artisti transitati per gli studi Fininvest/Mediaset (forse gli unici altri che si possano ricordare sono Daniele Luttazzi e Marcello Cesena), ed è questo il solo e unico fattore a rendermelo comunque simpatico. Insomma, sketch come quello dell'Amaro Qualunque ("L'amaro per l'uomo inutile") o quello dell'Uomo che non ha niente da dire (frutto, però, di un'altro suo show passato in syndication tra le emittenti locali del Nord Italia: Banane), hanno quel tocco di brillante assurdità che me li rendono affascinanti nella loro "semplicità".
Perry Naso Una parentesi va comunque aperta in favore di quel breve e felice periodo che ha visto sorgere all'interno delle reti berlusconiane di alcuni show comici rimasti come mosche bianche all'interno di un panorama altrimenti abbastanza squallido (scusate, ma continuo a non capire che culto possa avere una cosa come Drive In), mi riferisco in particolare ad alcune gemme andate in onda sul finire degli anni ottanta, che, per chissà quale strana combinazione di eventi, non ricadono nella medesima insulsaggine che fa perno sui soliti tormentoni dementi, che vengono da oltre vent'anni mandate in onda da quelle emittenti televisive. Emilio, ZanziBar, Lupo Solitario (a cui si deve la scoperta, oltre che degli stessi conduttori, Patrizio Roversi e Siusi Bladi - che qui ci fece dono della sublime cover di "Touch-a touch-a touch me" -, anche di combo come Elio e Le Storie Tese), L'Araba Fenice, furono momenti di autentica inventiva e originalità all'interno di quel calderone ottentotto delle emittenti che allora andavano sotto il nome di Fininvest.
Nel mio amore spassionato per il merchandising legato ai fenomeni cinematografici e televisivi del passato, mi ritrovo tra le mani questo libro, Megasalvi Show Book, riemerso improvvisamente dalla mia biblioteca e dalla mia memoria, una volta visto che Italia1 sta trasmettendo nottetempo le repliche del suddetto Megasalvi Show. Il libro è suddiviso in agili capitoletti che riassumono quanto mandato in onda durante la trasmissione: "L'interprete zoologico", "Intervista con un noto regista italiano", "Gangsters", "Assaggiatori Armati Antisofisticazione Proletaria", "Coscia: lo sapevate che...", "Il parere dell'esperto", "Lui & L'Altro" ("Illo ha fatt'a pelloso! E basta!"), ecc. Inframezzati dalle varie pubblicità e da alcune stills a colori dei vari sketch televisivi a memoria dei posteri. Capovolgendo il libro, invece, troviamo b/w la "telenovela gialla a puntate 27, Totano Road", confezionata tale e quale a un "Giallo Mondadori"!
Mascella D'AcciaioLa cosa più bella realizzata dall'uomo in migliaia d'anni di evoluzione, dopo la Venere di Milo, è senz'altro la serie Spy dei Big Jim, una serie ispirata all'agente 007. Emulo del più famoso agente segreto è infatti il Big Jim 004, celebre per essere un noto voltafaccia. 004, infatti, gira sempre con una valigetta che contiene almeno 4 delle sue 6 facce di ricambio (almeno nella versione definitiva del giocattolo, visto che ne furono realizzati più tipi, il primo ancora prima dell'invenzione della serie Spy), pronte per ogni evenienza. Bellissimo, poi, il Big Jim Agente Segreto: elegante nel suo completo vagamente 60's: dolce vita bianco, pantaloni blu stirati con la riga, stivaletti, impermeabile blu scuro... fascinoso come Sean Connery. Un pugno di collaboratori poco raccomandabili, affiancano l'intrepido Jim: Commando Jeff, specializzato in ogni tipo di missione: sotto alla sua tenuta da commando, nasconde una muta da sub aderentissima, e Joe Lo Scalatore, inguainato nella sua tutina nera, è pronto ad arrampicarsi ovunque... anche sugli specchi. Inquietanti e vagamente fetish gli avversari: il prof. Obb (la prima versione, visto che la seconda lo ha ridotto ad un punk spaziale di pessimo gusto): elegante, col suo fucile-ombrello, la valigetta, l'impermeabile giallo e il cappello; assistito da un altrettanto inquietante autista: Boris "L'Autista Diabolico", assolutamente cult nel suo completino fetish (Out on the tar plains, the glides are moving/All looking for a new place to drive/You sit beside me so newly charming/Sweating dewdrops glisten freshing your side), con quella calotta cranica d'acciaio cromato e con quel malefico pugno pronto ad essere sparato... E fin qui tutto bene, se non capitasse poi di imbattersi in un autentico freak dall'aspetto davvero terrificante! Si tratta di un essere biomeccanoide, un incrocio tra un uomo e una macchina, dovuto a innesti meccanici nella carne viva: un braccio robotico che termina in un temibile uncino (ma che può essere sostituito da una sciabola, un'ascia e varie altre armi pericolosissime) e una mordace mascella d'acciaio munita di una dentatura affilatissima! A questa sua strana arma deve infatti il suo nome Mascella D'Acciaio ed è probabilmente la sua perfidia e la sua pericolosità ad averne fatto il cattivo più ricercato... già, ma non dalla polizia, bensì dai collezionisti! Sì, perché, a quanto pare, Mascella D'Acciaio fu reclamizzato e apparve nei cataloghi della Mattel, ma non fu mai commercializzato! Divenendo una delle più rare ed intriganti figure della serie.
Ah!