Ermes - B-BiondeMi sento in dovere di segnalare queste due autoproduzioni "disgustiste" del buon Flavio Rivabella, che ne vedono la partecipazione parziale o totale.
Il disgustismo è una sorta di "movimento artistico" trasversale, che coinvolge arti visive, musica e poesia, e che ha calamitato attorno a sé alcuni loschi figuri del panorama romano (ricordiamo anche la supereroina Ami Kristi), dal sapore tutt'altro che intellettuale, ma che potrebbe, al limite, ricordare le attività di esponenti del rock-demenziale come gli Skiantos.
Le allegre canzonette dei C.T.O.Dei due prodotti in mio possesso e nelle mie orecchie, il primo, "B-Bionde", firmato da Ermes, è una lirica disperata e sofferta, recitata sullo sfondo di una tromba "in un cortile senza sole" (che suona "Jeux Interdits"), mugolii di femmina durante un selvaggio amplesso e rumori vari. 34 tracce si susseguono senza soluzione di continuità tra rime baciate, doppi sensi, associazioni linguistiche e assonanze, con un ritmo che va in crescendo tra divertenti demenzialità. Tuttavia, se il tutto è intessuto con uno spirito volutamente goliardico e a tratti caratterizzato da una certa "cattiveria", non mancano momenti di autentica poesia, nei quali, anche una spiccata vena di trivialità, assume toni di una certa dolcezza.
I C.T.O., invece, accocolati su musichette swing, quasi da night-club (scritte da Paolo De Pascale), snocciolano pazzi testi nei quali declamano l'orgoglio fannullone con dichiarazioni come "abbiamo il fisico abbastanza molle e tutto il giorno stiamo in panciolle", o autentiche song rock-demenziali come "Sub-Normale", memori dei classici del genere, come i perfidi anthem de Gli Etiopi.
Per avere queste perle di antica saggezza, contattate Flavio Rivabella: f.rivabella@virgilio.it.
Se una signorina, evidentemente attratta dall'ornitologia, decide di procacciarsi l'agoniato volatile al fine di rinchiuderlo nella sua gabbietta, normalmente si rivolgerà ad un attrezzato Pet Shop, dove, nel peggiore dei casi, si ritroverà ad affrontare un commesso frustrato la cui originaria vocazione era quella di fare il boscaiolo nella Columbia Britannica, che le consegnerà un pappagallo morto cercando disperatamente di convincerla che in realtà esso sta soltanto dormendo.
Finalmente ho comperato l'uccello Così non fa, per sua disgrazia, la protagonista della nostra storia, una canzonetta scollaciata dai fin troppo facili doppi sensi ("uccello", "gabbia", "rosso cappello", ecc.), pensata, naturalmente per un pubblico raffinato e sensibile, formato da intellettuali maudit, votati al culto del "bello"... Ella, al contrario, deicderà di dilettarsi in prima persona nella caccia al volatile, consegnando così ai posteri, attreverso questa sua squisita lirica, il racconto della sua sfortunata disavventura, andatale male per non essersi voluta affidare a dei professionisti del mestiere.
Naturalmente ci troviamo di fronte ad uno stornello dalle rime più dozzinali, tuttavia il fascino che trasmette questo genere di "canzonacce", immutato col trascorrere dei decenni, non può fare a meno di incantarci per l'ingenua volgarità che esso emana. Non di meno, questa folk song, allude, tra le righe, ad inquietanti risvolti incestuosi: fate caso alla strofa nella quale la protagonista dichiara con la massima non-chalance: "L?ho trovato là dentro al castello/nel boschetto del mio papà"... Che cosa ci vorrà confessare?!
Canta Marina accompagnata dal complesso Aurora.

Finalmente ho comperato l'uccello

Finalmente ho trovato l?uccello
era tanto l?andavo a cercar
e fra tutti l?ho preso il più bello
perché è quello che proprio mi va

L?ho trovato là dentro al castello
nel boschetto del mio papà
l?ho acchiappato vicino al cancello
mentre andavo là dietro a passar

Ha il colore di un grosso fringuello
degli strani saltelli lui fa
ce l?ha in testa un rosso cappello
sembra il vescovo della città

Nella gabbia l?ho messo l?uccello
sta lì dentro e non vuole scappar
io lo guardo e accarezzo il cappello
ogni tanto lo vedo sudar

Ha mangiato un po? troppo l?uccello
nella gabbia non vuole più star
poveretto non pare più quello
ora in gabbia non vuole più entrar

Ma lì dentro l?ha fatto un macello
qualche cosa già sento non va
quel maiale m?ha teso il tranello
la puntura l?ha fatta di già

Mamma mia che disastro è quello
chissà cosa mi succederà
me l?ha fatta quel rosso cappello
setto il petto che già se ne va

Era tanto cercavo l?uccello
non credevo mi avesse a fregar
nella gabbia l?ha fatto un flagello
a sedici anni son mamma di già!


P.S.
Come da sempre, nella tradizione di queste sotoetichette discografiche anni '60-'70, dedite per lo più al confezionamento di versioni tarocche di successi pop, o di, appunto, "canzonacce" da osteria, spesso e volentieri il titolo della canzone appare leggermente differente dalla copertina all'etichetta del disco: laddove nel primo caso essa riporta "Finalmente ho comprato l'uccello", nel secondo apparirà "Finalmente ho comperato l'uccello", e probabilmente in un primo tempo il titolo orignale era ancora differente (visto che Marina ripete in continuazione "Finalmente ho trovato l'uccello"), modificato forse unicamente per non rendere troppo esplicito ciò che viene sottointeso.


Nel primo numero:
Electric Prunes, Califfi, Jaguars, Antonius Rex, Baustelle, Sergio Endrigo, Question Mark & The Mysterians, Carta Stampata, Seconda Visione, Moda Beat, CD New & Reissue, Demo, Vinile, DVD Video.

Redazione di VINTAGE!
Via Panisperna, 186
00184 Roma
geghege.beat@libero.it
furniergeg@yahoo.it



Domenica 25 aprile 2004 alle Ore 13 si chiuderà la mostra al Parco Galvani di Pordenone dedicata a Magnus con un "Pic-Nic con Kriminal".
Alle ore 16 presentazione del libro "Pranzo di Famiglia", Kappa Edizioni 2003.
Colonna sonora dei djs: Cico, Enea e Señor Tonto.
Accorrete numerosi!




Dopo "Switched on T.A.R.M." e "Original Soundtrack vol. 2", di prossima uscita il primo vinile ufficiale di Erik Ursich per la Punch Production: "Kanashii - Il piacere della tristezza", un concept completamente dedicato alla tristezza.
Conoscendo i lavori di Erik, non potrà che essere l'ennesimo capolavoro!

Da scaricare in anteprima alcuni sampler di questo lavoro:
Erik Ursich - In morte veritas
Erik Ursich - Ripezione non attiva di moduli di agitazione
Erik Urisch - Synthetic Sadness

La Strage delle InnocentiPer i musico-archeologi, cultori di musica vintage, non è solo importante reperire vecchie chicche viniliche (a poco prezzo) nei mercatini dell'usato, è anche di fondamentale importanza reperire notizie, biografie, tracce scritte dell'attività dei musicisti di epoche relativamente lontane. Così libri come questo "La strage delle innocenti", scritto dal capacissimo Gianfranco Manfredi, versatile scrittore, critico cinematografico e musicale e fumettista italiano, cattura totalmente la nostra attenzione narrandoci di un momento di passaggio della musica pop italiana, attraverso le sue icone femminili: quello degli anni sessanta, dove ritrovamio idoli come Caterina Caselli, Patty Pravo, Catherine Spaak, Rita Pavone o Gigliola Cinquetti.
Idoli femminili adolescenziali e destinati ad un pubblico di "giovani", ma, con poche eccezioni, comunque "caste" e "rassicuranti" per i genitori... infatti in loro la sessualità viene spesso e volentieri livellata a zero, mostrandone sempre in pubblico un ritratto di "brava ragazza". Questo forse non vale totalmente o in parte per Catherine Spaak, idolo a suo modo sexy e provocante e non certo innocente, poiché rimasta incinta all'età di 16 anni e protagonista di pellicole audaci, quali "La Noia", a soli 18 anni, o lo splendido "La Matriarca", o ancora il minore "Certo, certissimo, anzi... probabile" (la filmografia di Catherine Spaak meriterebbe maggiore attenzione), o per Patty Pravo, star a suo modo snob e alternativa, oltre che preso assurta a esemplare icona camp.
Manfredi di queste cantanti ce ne offre un efficace e coinvolgente ritratto attraverso i musicarelli (il saggio, pubblicato nel 1982 per la Lato Side Editore, non utilizza l'odierna definizione per gli istanti-movie con canzoni degli anni sessanta, costruiti attorno alla figura e al successo discografico di un determinato cantante) interpretati dalle pop-star su cui concentra la sua attenzione. Il linguaggio dello scrittore è coinvolgente e trascinante, riuscendo a catturare pienamente il nostro interesse, non solo per le note biografiche concernenti la carriera discografica delle cantanti, ma anche per citazioni, rimandi, al clima culturale nelle quali le giovani pop-star prendevano le mosse.
Divertente ad esempio il ripescaggio di un vecchio articolo di Enzo Biagi sul fenomeno dei teddy boys nell'Italia di fine anni cinquanta, probabile emulazione di modelli cinematografici à la Marlon Brando: bande di giovani bulli, intenti a importunare belle signore o malcapitati, che finivano, però, cartoonisticamente sempre per buscarle dalle loro vittime.
Un bel libro, questo, che va riscoperto, letto con attenzione e che può essere utile a capire un po' di più un'epoca passata che emergeva da un'italia ancora ingenua, ma smaniosa di sentirsi "giovane" e di entrare a far parte del villaggio globale e della sua modernità, e che ci spinge con curiosità alla ricerca degli altri scritti di Manfredi.

N.B.: di Manfredi possedevo già una deliziosa raccolta di racconti horror, che lessi oltre tre lustri fa e che si intitola "Ultimi Vampiri".

Grazie Enri'!
;-)
Il manuale del vero automobilistaMetto momentaneamente da parte discorsi più seri e impegnativi (tuttavia penso non si debba correre il rischio di parlare solo di cose abastoriane, finendo per fare l'esatto contrario ed estremo opposto, e quindi anch'esso errato, di chi parla solo di cose "serie" e considera le nostre "cazzate" di cui non si dovrebbe parlare...), per tornare sui reperti più cari ai seguaci della prima ora di Abastor.
In un fornitissimo reminder trevisano, che merita un ritiro ascetico tra i suoi scaffali, alla ricerca del sacro graal editoriale (Enri'!!! Quando ci andiamo?!), ho trovato questo simpatico volumetto dato alle stampe nel 1991 per la M.M. Edizioni. Gioele Dix, comico bolognese, allora allietava i salotti televisivi con un suo personaggio, l'automibilista perennemente "incazzato" (lui scrive "inc***to", ma personalmente questo genere di censure con gli asterischi mi dà ai nervi: se vuoi dire/scrivere "cazzo" lo dici/scrivi per intero o fai a meno di dirlo/scriverlo del tutto: è il pensiero che conta. scusate, ma il perbenismo mi da fastidio), che si era creato un codice stradale a sua misura, del tutto ignaro delle fondamentali regole stradali.
Nella satira di Gioele Dix c'era comunque molto di vero. Sia nei confronti dell'automobilista italiano, da sempre anarchicamente teso a fare i propri interessi a spese degli altri, sia nei confronti della legislazione stradale, a volte assurda, o nei confronti dei manuali delle scuole guida, che trasmettevano (non so se siano cambiati, ma qualcosa mi dice che non devono esserlo molto da allora) una realtà artificiosa e falsata, dove le strade erano sempre sgombre, la segnalazione verticale e orizzontale sempre in buono stato, i parcheggi perennemente liberi e visitati solo da perfetti gentlemen della sosta.
Invece Dix col suo manuale rende giustizia e attraverso una serie di spassosissime vignette riporta gli apprendisti automobilisti alla realtà: facendoci rendere conto che talune inidicazioni del codice della strada sono spesso inapplicabili, poiché ci si trova davanti a una giungla dove ognuno mira a sopravvivere per non venire sopraffatto dagli altri automobilisti.
Scusate, vi prometto che tornerò su temi abastoriani quanto prima, ma per il momento continuo ad aver voglia di fare discorsi seri. E siccome le pareti salotto (mi rendo conto che la citazione è difficile da cogliere stavolta...), continuano a propinarci la loro propaganda esortandoci a chiedere che le nostre libertà vengano diminuite in favore della "sicurezza", vi dirò che non credo esista alcun reale pericolo terrorismo.
Vi propongo pertanto un tema di riflessione semplice semplice:
Quale stato europeo è più soggetto agli attacchi terroristici?
Quale stato (intendo il popolo) europeo è fin dall'inizio stato maggiormente contrario all'intervento militare in Iraq?
La risposta in entrambi i casi è: la Spagna.
Dunque, vogliamo ancora continuare a credere che il terrorismo sia una qualcosa che piove casualmente dal cielo, oppure cominciamo a chiederci a chi e a cosa serva e sia sempre servito in realtà il terrorismo, ora, come negli anni settanta?
Buona Pasqua.
So che la mia posizione risulterà impopolare, ma vi dirò che non sono un animalista. Non sento una particolalre urgenza a difendere gli animali, a prendersene cura, prima o in vece, di prendersi cura degli esseri umani. L'animalismo è senz'altro mosso da uno spirito di amore nei confronti di esseri viventi, parte dell'Universo, così come lo sono gli esseri umani, così come lo sono piante, alberi e minerali, e questo è senz'altro giusto. Tuttavia mi suona stonato quando esso arriva a degli eccessi estremi, quali sono lo scatenarsi tanto nei confronti di uno scherzo come lo è Bonsai Kitten (lo dico perché ho visto essere tornata a girare una mail dove si raccoglievano firme contro questo "giapponese" che metterebbe sotto vetro i gattini: per piacere, è una BU-FA-LA! Possibile non abbiate cose più serie da fare che andare a fare le guerre contro gli scherzi?) o quando mossi in realtà da una profonda misantropia, ci si rifugia nel mito del "buon animale". Mito che a mio parere è solamente il frutto di un po' troppi lungometraggi di animazione prodotti dalla Disney nei quali gli animali vengono resi... umani.
Premettendo che sono il primo a riconoscere che in certi nuclei famigliari l'unico essere pensante è talvolta il cane e che non trovo giustificabile la crudeltà nei confronti delle bestie, al tempo stesso vorrei ricordare anche che nel mondo animale esiste crudeltà e spietatezza superiore a quella del mondo umano (che a sua volta emerge dallo stesso mondo animale): cannibalismo, uxoricidio, parricidio, sadismo, incesto, e via dicendo sono all'ordine del giorno nel mondo animale. Gli animali hanno un livello di coscienza inferiore agli esseri umani, seppure gli esseri umani, talvolta, sappiano dimostrarsi altrettanto crudeli e privi di coscienza.
Un altro discorso riguarda il vegetarianesimo. Non voglio attirarmi l'odio da parte dei vegetariani e ancor più dei vegani, ma c'è una cosuccia, e lo dico da ex-vegetariano, mosso tuttavia da altre motivazioni alla mia scelta dietetica, che mi è sempre ronzata nella testa facendomi apparire certe premesse animaliste alla scelta dietetica vegetariana come minimo un po' stonate: tutto ciò che noi mangiamo è "vivo". Non possiamo nutrirci di cibo "inorganico", dobbiamo neccessariamente cibarci di esseri viventi. E sono esseri viventi anche i vegetali, altrettanto quanto gli animali. Con un differente livello di coscienza, ma ugualmente viventi sono. Certo, i vegetali non hanno occhi, orecchie, zampe, non hanno una pelliccia che ce li associa al peluche che stringevamo da bambini, non emettono versi dolci... però sono anch'essi esseri viventi. Vivere presuppone distruggere altra vita per sopravvivere. È inevitabile. E ciò detto tralasciando altre implicazioni che anche Gandhi aveva sottolineato: e cioè che noi comunque, volenti o nolenti, uccidiamo quotidianamente migliaia di esseri viventi per poter vivere: siano essi batteri, che vengono uccisi dalle nostre difese immunitarie o animali minuscoli, che vivono sul nostro corpo (sconvolgente, forse, ma vero: viviamo in simbiosi con milioni di minuscoli esseri viventi), sia quando mangiamo, sia nel momento in cui decidiamo di toglierci il sudiciume di dosso e ci diamo una bella lavata.
Ma, ancora una volta, questi esseri viventi, non hanno pelliccia e non fanno tenerezza. Del resto Le campagne animaliste in difesa di animali in via d'estinzione puntano tutta la loro immagine su animali che fanno tenerezza, come il Panda, non certo su animali altrettanto in via di estinzione ma brutti e che non muoverebbero le persone sensibili ad aprire il proprio portafogli... vi immaginate una campagna in difesa di un ratto in via d'estinzione, o di un insetto con tante zampe e antenne, o di un rospo...?
Questa lunga premessa per arrivare a ragionare su una campagna che puntualmente si vede ogni sacrosanto anno nel periodo pasquale: quella contro la mattanza di agnelli da far finire sulle tavole di una festività cristiana proveniente dalla tradizione ebraica (a volte è davvero divertente notare quanto fragili e puramente illusori siano certi confini: la nostra cultura si definisce "cristiana", perché prende a suo emblema l'incarnazione del Cristo, spesso fraintendendone le parole e soffermandosi sulla sua morte ben più che sul suo messaggio vivente, tuttavia essa continua una tradizione religiosa ebraica, e sotto questa luce la visione dell'ebreo come "estraneo" se non addirittura "nemico", suona parecchio ridicola...). Non dico che battersi perché vengano ammazzati meno ovini sia sbagliato, tuttavia quando vedo queste campagne mi sorgono sempre molti interrogativi... ad esempio perché ergersi così tenacemente in difesa degli agnelli (non a caso da sempre animale simbolo di purezza e innocenza - vedi anche le espressioni "capro espiatorio", "agnello sacrificale", "Angello di Dio", e via dicendo) e non, per esempio nei confronti dei vitelli o dei maialini (simbolo, quest'ultimo, invece da sempre di sudiciume, sporcizia, "peccato"...), anch'essi cuccioli e fonte di abbondanti libagioni non solo festive (la porchetta, guardacaso, finisce quasi quotidianamente su molte tavole)?
Forse altrettanto crudeli sono ricette che prevedono di cuocere determinati animali vivi (vongole, cozze, ostriche...) ma sempre animali senza occhi, bocca, orecchie e morbida pelliccia: non si lamentano, non si agitano, non schizzano sangue, non esprimono il loro dissenso nei confronti della nostra scelta dietetica. Tuttavia questo dimostra come certo animalismo sia mosso da uno spirito un tantino "infantile" e di sapore disneyano. Giusto portare alla coscienza collettiva quante sofferenze si potrebbero risparmiare a degli esseri viventi, tuttavia credo sarebbe opportuno cercare di usare cuore e ragione assieme, senza sopprimere l'uno in favore dell'altro.
Ah, magari mangiate un po' meno carne. Ne guadagnerete in salute.
"Rythmo Tropical" è probabilmente uno dei dischi più brutti esistenti sulla faccia della Terra. Così atroce che mi sono rifiutato persino di parlarne su "Trash Music". Così terrbilmente di cattivo gusto che me ne ero sbarazzato già millenni or sono, dopo averlo ascoltato per troppe volte durante l'infanzia (si spiegano molte cose...).
Ma ritrovatomelo intonso tra le mani a un mercatino, così apparentemente nuovo (e ci credo: ascoltatolo la prima volta il proprietario originale lo avrà certamente riposto sulla mensola più alta della sua fonoteca, lasciandovelo per dei lustri e, ritrovato soltanto dalla figlia in una ricerca tra le vecchie chicche anni settanta, dopo il secondo ascolto in tutta l'esistenza del vinile, immediatamente confinato tra gli oggetti da rivendere al più presto al primo abastoriano sprovveduto che si imbatteva nella chicca vinilica) non ho potuto fare a meno di impossessarmene.
Che cosa contiene di tanto terribile questo 7"? È presto detto: un ritmo tropicale, samba, sostenuto da una tastiera elettronica analogica, così mal impiegata da far rigirare Wendy Carlos nel suo lettone e farla ridiventare uomo... un qualcosa di così tremendamente cheesy, da renderlo difficilmente digeribile anche dall'abastoriano più accanitamente votato al masochismo musicale! Sul retro poi, non possiamo che rimanere definitivamente annientati dall'effetto bilama (il primo pezzo estrae lo stomaco, il secondo lo distrugge con un pugno ben assestato...) di "Café con leche" ("dame café, café con leche"), da desiderare di riprenderci immediatamente con la sana pop music degli ABBA!
N.B. Sulla copertina appare il marchio di "TV Sorrisi e Canzoni": una garanzia...