Aperitivo VigorosoBeh, visto che ci siamo buttati a parlare dei "buoni oggetti di pessimo gusto", trovo il tempo, tra una cosa e l'altra, per confessarvi un'altra mia irrefrenabile depravazione sull'onda delle "cose che non possono mancare in ogni casa che si rispetti": collezionare bicchieri di alcoolici d'annata.
Sulle mie mensole da qualche tempo fanno mostra di sé, tra gli altri, i contenitori in vetro o ceramica per servire i vari Vov Pezziol (ne ho due, quello anni '60 e quello anni '70, mi manca quello in ceramica degli anni '50), Kambusa One, Punt e Mes e Petrus Menta, beveraggi cari a tutti gli appassionati di lounge culture e sesso di gruppo.
Ora, grazie a jeraldine_it e al suo negozio "La Soffitta", sita in via G. Mazzini 10 a Mogliano Veneto, ho rimpolpato la mia collezione con un'altra decina di altri bicchierini cult, tra cui quello del Cynar o il bicchierino per bere la China Martini (fino dai tempi dei Garibaldini!) calda, ma soprattutto il tumbler del Biancosarti, oggetto particolarmente affascinante e caro ad Abastor anche per i testimonial che si sono succeduti nei vari Caroselli che lo pruomovevano (ricordate il Tenente Sheridan?), e al cui vassoio raffigurante Telly Savalas (in possesso di Enrico Sist) Mercuzio ha dedicato una azzeccatissima degustazione su Abastor #34.
Tale oggetto Biancosarti, si presenta particolarmente intrigante, dunque, anche per le scritte che riporta sul retro e che vale la pena vi illustri. Vi troviamo infatti elencate le seguenti ricette a mo' di formula matematica (curioso l'utilizzo dell'underscore a inizio e fine frase):

_ GHIACCIO SELTZ = SCACCIASETE _

_ SELTZ = APERITIVO VIGOROSO _

_ LISCIO = FUOCO NELLE VENE _

Ora sono sicuro di poter acquisire vigore per osmosi attraverso il solo contatto con il sacro calice che un tempo ha contenuto tale preziosa bevanda cara agli dei.
Bart: Cos’è questa roba?
Lisa: E’ una di quelle cose nostalgiche degli anni ’70 che piacciono ai ventenni.
Bart: Ci vorrebbe un altro Vietnam per quei debosciati!
(tratto da I Simpson, ep. 3F16, Il giorno che morì la violenza)

Conosco gente che bollerebbe noi abastoriani proprio così (vabbè, a parte la definizione “ventenni”). Ebbene, fiero della mia abastorianità mi sento di rispondere: ignoranti!
Voi, parcheggiatori in terza fila di Cayenne per prendere l’ape con la compa il venerdì sera nella piazza bene della gioventù bene. Voi, aberranti frequentatori di locali finto trendy. Voi, bevitori di kaipiroske alla fragola. Voi, sniffatori di cocaina in compagnia di tre trans per risollevare la serata.
Neppure sapete che la serata migliore comincia a bordo di un’Alfa Sud per raggiungere il bachelor pad dell’amico swinger, quello che dispone di una selezione di raffinati beveraggi all’uopo shakerabili e che innalza gli umori con il vinile di Heino.
Ma non sapete neppure (e, fino a poco tempo fa, neppure io), che noi si dispone di un grande nume tutelare, un avo che gettò le basi per il futuro abastorianesimo in tempi non sospetti: parliamo di Guido Gozzano, esponente della linea crepuscolare della poesia italiana.
Il poeta, nella maggior parte della sua opera, si occupò di argomenti che noi oggi possiamo a ragione definire abastoriani, trattati con stile inconfondibilmente abastoriano.

Ma veniamo agli esempi. Il poemetto L’amica di nonna Speranza descrive due giovani compagne di collegio nel 1850; l’azione di svolge a casa di una delle due, descritta in modo fulminante attraverso gli oggetti che ospita:


Loreto impagliato e il busto d’Alfieri, di Napoleone
i fiori in cornice (le buone cose di pessimo gusto),

il caminetto un po’ tetro, le scatole senza confetti,
i frutti di marmo protetti dalle campane di vetro,

un qualche raro balocco, gli scrigni fatti di valve,
gli oggetti col monito salve, ricordo, le noci di cocco,

Venezia ritratta a musaici, gli acquerelli un po’ scialbi,
le stampe, i cofani, gli albi dipinti d’anemoni arcaici,

le tele di Massimo d’Azeglio, le miniature,
i dagherrottìpi. Figure sognanti in perplessità,

il gran lampadario vetusto che pende a mezzo il salone
e immilla nel quarzo le buone cose di pessimo gusto,

il cucù dell’ore che canta, le sedie parate a damasco
chèrmisi… rinasco, rinasco del mille ottocento cinquanta!
[…]

Gli affezionati lettori della oddzine noteranno riferimenti, più o meno espliciti, alla chincaglieria elencata da The Passenger nella guida ai “12 oggetti che non possono mancare in ogni casa che si rispetti”. Si può supporre che, nell’armadio dei liquori, alberghi anche una bottiglia di Vov.

Il poemetto Donna Felicita ovvero la felicità, racconta invece dell’attrazione dell’autore per il personaggio del titolo, una ragazza non più giovane, bruttina e piuttosto ignorante. Questo fiore di femmina vive a Villa Amarena, circondata dalle “peggio cose”:


[…]
v’era una stirpe logora e confusa:
topaie, materassi, vasellame,
lucerne, ceste, mobili: ciarpame
reietto, così caro alla mia Musa!

Accanto a simile robaccia, ci sono anche

[…]
stampe di persone egregie;
incoronato dalle frondi regie
v’era Torquato nei giardini d’Este

che, come altri, Felicita non riconosce e quasi deride, visto che chiede all’autore

«Avvocato, perché su quelle teste
Buffe si vede un ramo di ciliegie?»
[…]

L’amico Gozzano, come ogni abastoriano degno di questo nome, crolla al cospetto di sì tanta naiveté, sia da parte della donna che di ciò che la circonda, e azzarda:

[…]
«Oh, signorina! Penso ai casi miei,
a piccole miserie, alla città…
Sarebbe dolce restar qui, con Lei!…»
«Qui nel solaio?…» - «Per l’eternità!»


Ebbene, chi di noi non vorrebbe vivere in solaio, in compagnia delle pipette del Kambusa One, delle figurine di U.F.O., degli albetti di Zora, Ulula e Cimiteria, di Gozzano e di quel bel sanitario di Felicita?

I buon Montale scrive, del nostro poeta, che ha «dato scintille facendo cozzare l’aulico col prosaico», ovvero descrivendo argomenti bassi con toni alti o l’esatto opposto. Donna Felicita, infatti, viene descritta minuziosamente con parallelismi poco lusinghieri, visto che le sue «iridi sincere» sono «azzurre d’un azzurro di stoviglia»; e le due collegiali del primo brano intonano una romanza del musicista napoletano Giuseppe Giordani, che Gozzano indica come autore di «dolci bruttissimi versi». Conscio della intollerabile mediocrità di certe cose, Gozzano non può non adorarle, proprio perché tanto terribili da essere amene. E allora sì, spazio al ciarpame reietto, alziamo il volume dei dolci bruttissimi versi, mostriamoci fieramente amanti delle buone cose di pessimo gusto! Abastoriani tutti, ora sappiamo di avere un padre.
Schola CantorumLo so: sono un pervertito. Ma ho un personalissimo, devotissimo, fetishism per tutti quei coretti "ooooh", "mmmmh", "aaaah", anni '70, cantati da corposi ensemble miscelati in parti uguali da uomini e donne con capelli lunghissimi, palandrane esotiche e camicette folk. La Schola Cantorum era uno di questi, anche se a loro preferisco senza ombra di dubbio i più eclettici Daniel Sentacruz Ensemble, di cui la Schola ne era in qualche modo la versione più "inamidata" (mai si sarebbero lasciati andare ad un Linda bella Linda o ad un Allah, Allah), anche se alla Schola Cantorum si deve l'esecuzione di quel sommo capolavoro che è indiscutibilmente la colonna sonora di Brutti, sporchi e cattivi, cult movie abastoriano diretto da Ettore Scola e con protagonista Nino Manfredi nella parte di Giacinto Mazzatella.
La Schola Cantorum ha lavorato per tutti gli anni '70 fino a questo loro ultimo album del '79, e, così come accaduto per i loro compari dell'Ensamble, anche la Schola da un iniziale formazione di 10 elementi, è qui ridotta a soli 5 (Kico Fusco -ex leader del gruppo beat Le Pecore Nere -, Mimi Gates, Luisella Mantovani, Annie Robert - cugina di Riccardo Cocciante - e Satyamo).
Che dire? Incredibile. L'abitudine di rimaneggiare abbondantemente noti brani provenienti dalle tradizioni musicali più disparate e farne delle spensierate song sul tipo di I'd like to teach the world to sing dei New Seekers (successone degli anni '70 balzato in cima alle classifiche, da noi meglio conosciuta come Vorrei cantare insieme a voi in magica armonia... vabbeh, dai, la canzone natalizia della Coca-Cola!) o di Un sospero dei Daniel Sentacruz Ensemble (anche in questo caso devo ricorrere a un noto carosello degli anni '70 per farvi capire di cosa sto parlando: Grappa Bocchino Sigillo Nero con testimonial Mike Bongiorno) raggiunge qui il suo apice e possiamo così trovare brani come Midnight in Moscow, che qui diventa Bianca; La Bamba in una estemporanea versione disco-music (!); Giochi proibiti, a cui anche in questo caso viene aggiunto un testo per farne Gioco per gioco; l'immancabile La Montanara, loro successo di quegli anni; Ta-Hu-Wa-Hu-Wai, straordinario e celeberrimo canto di guerra hawaiiano, a cui sono particolarmente legato, anche per le molteplici versioni easy listening prodotte negli anni '50; Inno alla Gioia di Beethoven che risplende per il suo involontario impatto kitsch, grazie al testo italiano di P. Cassella (Vola sullle case sopra le finestre chiuse/quando sa che sono sono amanti pensa "sono inutile"/vola su speranze appassite, sulle ferite, sopra i guai/vola rigonfiando un cuore che ha bucato e se ne va)... argh! Ma cosa ne avete fatto della poesia di Friedrich von Schiller?!
Ma su tutte troneggia una folk-apocalittica (in tutti i sensi) versione di Lili Marleen, che da canto "a cappella", sfuma in un esplosione frichettonissima di "oooooooh" che ne fa una canzone da cantare tutti in coro in armonia, con la chitarra in man, davanti a un fuoco acceso in riva al mar...
Amo questo disco!
Gloria Guida - Cuore, fatti onoreGloria Guida, oltre ad essere una bellissima attrice che generosamente ha saputo elargirci le sue grazie davanti all'obiettivo della cinepresa in comedie scollacciate degli anni settanta, poi sposatasi con Johnny Dorelli (forse l'unico, vero, grande crooner italiano, recentemente tornato a sfoggiare il suo primo talento di cantante, che noi conosciamo maggiormente come attore o conduttore televisivo) e conseguentemente scomparsa dal piccolo e dal grande schermo, è stata, nel suo piccolo, anche una cantante, capace di sfornare la sua coppia di singoli vinilici, così come han fatto praticamente tutti nei decenni in cui il 7" era in voga.
Però io non lo sapevo. Ne sono venuto casualmente a conoscenza durante la riapparizione televisiva della Nostra (sempre una gran Donna, non c'è che dire) a "Che tempo che fa", e sempre casualmente, mi sono visto davanti questo singolo del 1972, "Cuore, fatti onore" (CBS 8375), in una bancarella al mercatino dell'antiquariato di Mogliano Veneto.
Ovviamente non ho resistito e l'ho fatto mio, assieme a diverse altre chicche che prima o poi metterò in mostra nella bacheca dell'Abastor Museum.
Che dire? Se non mi dicevano che era Gloria Guida non l'avrei riconosciuta: nel 1972 aveva la bellezza di 17 anni, ma una voce da donna matura, piena e rotonda (la voce, non la donna); la canzone, una cover di un brano di Danny Maurice Beckerman e Robert Gill Geoffrey, di cui non so nulla e che ricerche in rete non mi hanno aiutato a saperne di più, è uno swing di sapore un po' retrò, ma tanto di moda all'epoca, si lascia godere anche grazie al testo italiano scritto da Franco Califano.
Sorprendente.

Cuore, fatti onore (California Calling)
(Califano - D. Beckerman)

Fuoco spento in un momento
arrivi tu e sento di bruciare

Stamattina ragazzina incontro te
ed una donna scopro in me

Cuore ora fatti onore
non lasciarti andare
se ce la fai

Cuore non ti far capire
che stai per mollare
Se no son guai

La mia vita programmata senza te
e tutto è da rifare

Fuoco spento in un momento
arrivi tu e mille fiamme dentro me

Cuore ora fatti onore
non lasciarti andare
se ce la fai

Cuore non ti far capire
che stai per mollare
Se no son guai

Cuore ora fatti onore
non lasciarti andare
se ce la fai

Cuore non ti far capire
che stai per mollare
Se no son guai

Cuore ora fatti onore
non lasciarti andare
se ce la fai

Cuore non ti far capire
che stai per mollare
Se no son guai