Mauro Gariglio, l'attuale disegnatore della Linea, mi manda questa vignetta.Io l'ho trovata davvero toccante e perciò gli ho chiesto di poterla pubblicare su Abastor Daily. Penso sia il più bel saluto di addio a Cavandoli.
Osvaldo Cavandoli, l'inventore della Linea, il cartone animato del Carosello della Lagostina, se n'è andato stanotte, proprio mentre ci apprestiamo a celebrare il 50esimo anniversario di Carosello.Un grande autore, creativo, punto cardine della pubblicità e dell'animazione italiana.
Abastor vuole ricordarlo con un'immagine, il pupazzo costruito dal Cava che riproduce sé stesso, tratta dal fotoreportage che realizzai in occasione della sua intervista (pubblica poi su Il Giaguaro) alcuni anni fa.
Ricordo un uomo di ottant'anni ancora pieno di energia, con una verve ed un'ironia invidiabile, che fumava ancora le sue sigarette che lo avevano accompagnato per tanti decenni!
Non posso evitare di immaginare la Linea, che, tra il triste e l'arrabbiato, lo saluta con quel suo gramelot, un misto di dialetto lombardo, di linguaggi internazionali, da quel suo mondo costituito solo da una linea bianca, continua, su fondo nero.
Qui potete vedere tutti i corti della Linea dal 101 al 156.
TV5 - La Linea
Apparentemente innocua sembrerebbe essere quella che possiamo definire una triste imitazione dei Playmobil, ovvero i Play-Big. Usciti durante gli anni settanta e rapidamente spariti dal mercato come spesso accade a tutte le imitazioni (quanti altri giochi di costruzioni, imitazione della Lego, sono sorti e scomparsi durante gli anni?), eppure, incredibile ma vero, ci giunge notizia di persone che li hanno posseduti.Rispetto agli originali, i Play-Big sembrano volersi far passare per la versione "adulta" dei Playmobil: di taglia più grande, ma anche decisamente più brutti, erano prodotti dalla Sticktoy (“per giocare seriamente”). Rispetto ai fratelli più famosi, erano anche incredibilmente più snodati: gambe e piedi si muovevano indipendentemente donando al pupazzetto un'agilità che i Playmobil tuttora devono ancora raggiungere, con il deficit però, di avere un design infelicemente meno simmetrico. Il pezzo componente il torace, per esempio, all'altezza del sedere si curva, rientrando verso il corpo; i pantaloni, tendono ad assumere una lieve scampanatura, che, per quanto di moda all'epoca (siamo a metà anni settanta), conferisce al giocattolo un aspetto un po’ ridicolo. Rispetto al suo rivale, il Play-Big ha poi mani e braccia saldate in un unico pezzo, così da non essere affatto snodabili e quindi, il povero pupazzo, non può facilmente godere di alcun divertimento solitario, nonostante la pubblicità inviti ad andare "al galoppo con la fantasia"...
Così, copia che ti copia, i Play-Big rappresentano una via di compromesso rispetto ai Playmobil, originali ed innovativi "soldatini", tutti anonimi e facilmente intercambiabili nei loro ruoli, sociali come sessuali, senza una precisa identità, una sorta di ideali cittadini all’interno di un regime totalitario di giocattoli dove comanda la nevrotica grande sorella Barbie. Costoro, senza un volto, senza idee proprie, diventano soggetti facili da far sparire o da piazzare nei luoghi strategici come pedine di un grande gioco degli scacchi, anzi di una dama, poiché appunto, tutti pezzi indistinguibili l'uno dall'altro. Sì perché i Play-Big, invece, avevano una loro propria identità, che li portava a essere individui a metà strada tra gli anonimi Playmobil ed action figures come i Big Jim, questi ultimi con una loro precisa ed intaccabile identità personale (fatta eccezione per il Big Jim 004, in grado di stupirci con improvvisi voltafaccia!).
I Play-Big ci vengono così presentati in confezioni da un pezzo che contengono il personaggio che vogliamo (nell'immagine "lo sceriffo Big Bill" e "lo stregone indiano Spirito Illuminato"), anche se, e questo bisogna dirlo, hanno a loro vantaggio la possibilità di cancellare facilmente l'identità posticcia datagli dalla Sticktoy, potendo far perdere le loro tracce, mascherandosi da operaio dell'Enel come da ricco magnate dell'industria del tabacco. In grado, quindi, da esseri pensanti e indipendenti, come dimostra il fatto di avere una loro identità precisa (premessa indispensabile per non essere un uomo qualunque facilmente manovrabile dal potere), di trasformarsi, di mascherarsi per destabilizzare il sistema. Soggetti anarchici e destabilizzanti, quindi, e non stupisce il fatto che il gioco sia sparito improvvisamente dal mercato, cosa che assume ai nostri occhi una sua sinistra logica: il Play-Big non veste Benetton e non mangia da MacDonald, e probabilmente non vota neppure…
Certo, lo slogan pubblicitario promette: "In movimento dalla testa ai piedi i Play-Big fanno tutto ciò che vuoi", così, parafrasando Gaber, tutti giocano con Play-Big e tutti giocano come vuole Play-Big.
Da qualche tempo, in Italia, si parla di burlesque come se fosse una bestia rara, un qualcosa di affascinante ed esotico, di irresistibilmente trendy. Alla fin della fiera non è niente di molto diverso dai nostri vecchi varietà e avanspettacolo: ci son le signorine poco vestite, ci sono i comici, i musicisti, magari gli illusionisti. Ma, appunto, niente di troppo lontano dagli spettacoli che hanno accompagnato il pubblico popolare italiano fin fuori dalla Seconda Guerra Mondiale. All’inizio – parliamo della fine dell’800 – c’era una specie di varietà che prendeva in giro i ricchi facendo divertire i poveri. Dall’Inghilterra agli USA, questo spettacolo cominciò a trasformarsi in qualcosa di più piccante: più svestite erano le ragazze, più soldi entravano in cassa; e va bene anche se significa mettere da parte numeri comici, illusionisti e quant’altro. Attorno agli anni ‘70, con l’avvento del porno, guardare (per giunta poco) e non toccare non interessa più a nessuno; quindi il burlesque morì. Salvo poi resuscitare negli anni ’90, quelli delle frenesie vintage, per diventare una vera e propria ondata che prende il nome di neo-burlesque. In effetti la cosa sembra funzionare, visto che, a tutt’oggi, in tutto il mondo, continuano a spuntare nuove artiste, compagnie, show, festival, scuole che hanno a che fare con questo genere di esibizione. E, man mano, sono tornati anche i comici, gli illusionisti…
Venendo a noi, possiamo dire che, oltre alla nazionalità, ciò che differenzia il burlesque dal nostro avanspettacolo è proprio il fatto di avere come centro dell’azione lo striptease. Ma qui si parla di uno spogliarello ben lontano da quello che possiamo vedere nei night club. Burlesque non è, per intenderci, una donna nuda contro un palo o sulle gambe di un cliente; bensì è una donna che si spoglia in modo bizzarro, improbabile, che diverte, ma soprattutto che si diverte. A confermare questa tesi scopriamo che, negli U.S.A. il mondo del burlesqe è fatto soprattutto da donne, sia sul palco che dietro le quinte: spesso le artiste che si esibiscono sono le manager di sé stesse, le registe, le organizzatrici, le direttrici delle compagnie. Il burlesque non è fatto per eccitare l’uomo etero (spesso questi strip sono più comici che sexy), ma per divertire tutti: non per niente il pubblico che segue il genere è in gran parte femminile.
Al momento (e a quanto ne sa lo scrivente), ci sono tre compagnie che propongono spettacoli di burlesque in Italia; in ordine temporale: le Spaghetti PinUp, il gruppo dello show Burlesque! e, buoni ultimi, quelli di BurlesqueItalia.
Le prime sono attive da circa due anni e, come altre artiste del neo-burlesque, hanno fuso questo tipo di esibizione con la cultura punk; non per niente sono state supporter nei concerti italiani di Iggy Pop e dei Gogol Bordello. In più si sono fatte conoscere dal grande pubblico con la famigerata lapdance nella Metro di Milano, realizzata da una di loro qualche mese addietro. In base a ciò che abbiamo scritto alcune righe fa, un simile exploit rischia di snaturare il tono di questo tipo di esibizione, avvicinandola troppo ad un qualsiasi show da night club; ma è anche difficile pensare che sia un esempio isolato, e alla fine è una questione di lana caprina.
Più tradizionale è lo show che da qualche tempo va in scena al Cassero di Bologna: strutturalmente più vicino ad una commedia, mette in scena alcuni personaggi presi di peso dagli spettacoli baracconeschi del passato, come l’imbonitrice e l’illusionista, con quel po’ di queer tipico del gay lesbian center bolognese.
Infine c’è BurlesqueItalia, la compagnia più giovane, che ha esordito a gennaio 2007 a Roma, il cui progetto è duplice: oltre a esibirsi dal vivo con un burlesque quasi ortodosso (le due stripper Anjuta Spanky e Stella Kubrick, il gruppo di cantati-cabarettisti Loungerie – peraltro amici abastoriani – e il presentatore Attilio Reinhardt), BurlesqueItalia ha aperto anche www.burlesque.it: il primo sito italiano dedicato alla cultura di questo genere di spettacolo, ripercorrendone la storia, dalla tradizione agli ultimi anni, presentandone alcuni dei maggiori esponenti e dando qualche dritta sui siti per saperne di più.
Intanto, negli ultimi mesi, l’interesse per il burlesque è aumentato: l’estate 2006 ha visto il successo di stripper internazionali al Jamboree Festival di Senigallia e al Micca Club di Roma; quest’ultimo replicherà – rincarando la dose – i prossimi 8 e 9 marzo. Staremo a guardare gli sviluppi del genere in Italia, augurandoci che non si tratti solo di una bolla di sapone modaiola.
[Nell’immagine: HoneyLulu, performer italiana attiva da anni in Inghilterra, che a marzo sarà ospite del Micca Club di Roma.]





