Stasera nelle ridenti colline bolognesi, si terrà un evento al quando bizzarro e insolito: il Pinbull Frunz, una sorta di raduno di collezionisti e appassionati di Pinbull, cioè il Flipper, cioè il "biliardino", come veniva italianissimamente chiamato un tempo.
All'evento parteciperà una delegazione di Abastor, composta dal sottoscritto, Marzia, Maura e Piero Cavina, più vari affini e collaterali.
Ciò avverrà dalle 21.30 all'alba ad Anzola (BO), dove si potrà trovare da bere e Flipper a disposizione di tutti per giocare.
Per ulteriori informazioni vi lascio un paio di link.
Pinbull Frunz - Tilt Party
Bologna Blog - Piovono flipper dal cielo
All'evento parteciperà una delegazione di Abastor, composta dal sottoscritto, Marzia, Maura e Piero Cavina, più vari affini e collaterali.
Ciò avverrà dalle 21.30 all'alba ad Anzola (BO), dove si potrà trovare da bere e Flipper a disposizione di tutti per giocare.
Per ulteriori informazioni vi lascio un paio di link.
Pinbull Frunz - Tilt Party
Bologna Blog - Piovono flipper dal cielo
Stefano Re Mindfucking. Come fottere la mente(Castelvecchi Editore 2004, 368 pag., € 18,00)
Stefano Re, con il suo delizioso saggio Mindfucking – Come fottere la mente, ci vuole spingere a non addormentarci e a prendere coscienza del fatto che siamo condizionati, che le scelte che facciamo, che i bisogni che abbiamo, non sono del tutto nostri e che dobbiamo ai media e alla società (intesa come gruppo sociale di esseri umani a loro volta condizionati e, inconsapevolmente, condizionanti) gran parte delle nostre scelte. Mindfucking diventa così uno strumento indispensabile, una sorta di “manuale di sopravvivenza”, per conoscere tutti i condizionamenti esistenti dall’alba dei tempi fino ai nostri giorni e capire che cosa sono e a che cosa servono. Piacevole e intrigante nella lettura, nelle sue 364 pagine troviamo religioni, sette, inquisizione, nazisti, regimi comunisti, servizi segreti, pubblicità e perfino Wanna Marchi. Non mancando di farci riflettere sui meccanismi di condizionamento e sulla parte di consenso fornita dalla “vittima”. Non mi resta che cercare di condizionarvi a comprare questo libro! La resistenza inutile. Voi sarete assimilati.
Non c’è via di scampo: i condizionamenti influenzano i nostri pensieri e le nostre azioni. Ci sono condizionamenti più espliciti, riconoscibili: la propaganda elettorale, la violenza dei regimi, gli interrogatori, la tortura, la religione, la politica, la scuola, il servizio militare… e poi ci sono i condizionamenti nascosti, i più subdoli, dove noi pensiamo di essere liberi di scegliere, ma in realtà rispondiamo a condizionamenti studiati a tavolino o anche affatto pianificati. Così finiamo per parlare tutti delle stesse cose, esprimere tutti gli stessi giudizi, pensando che l’opinione sia la nostra, ma così non è.
Di fatto ormai quasi nessuno ha più un’opinione veramente propria: la gente galleggia in un mare di opinioni preconfezionate che fa proprie, credendo di avere un’idea. In realtà se avesse per davvero un proprio spirito critico, comincerebbe a interrogarsi per prima cosa non su quel determinato fatto di cronaca, ma sul perché si dovrebbe mai farsi un’opinione su quel fatto di cronaca invece che su qualcos’altro; perché dover rimanere in costante apprensione, non per quel che accade nel mondo, ma per quello che i mezzi di informazione ci dicono accadere nel mondo. Quelle che ci vengono fornite non sono infatti notizie, ma emozioni, una continua telenovela virtuale su cui giocare la nostra mente alla roulette russa della falsa informazione, così da farci avere l’illusione di pensare, di avere delle idee nostre, di scegliere… di questo passo finiremmo per votare per due schieramenti politici perfettamente identici, con l’illusione di fare una scelta… che cosa? Dite che sia già così?
Emozioni, stati d’animo che ci sottraggono così al compito ben più interessante di pensare e di creare rendendoci pensatori attivi anziché spettatori passivi. I mezzi di informazione ci forniscono infatti notizie che ci pongono continuamente in stati mentali negativi, ci creano apprensione, ci costringono a vivere in una situazione di costante incertezza e pericolo a causa di questa o quella minaccia interna o esterna, che di fatto, in realtà, non sussiste affatto o viene enormemente ingigantita (vedi il caso del terrorismo di matrice “islamica”) così da creare un “nemico” verso cui indirizzare la nostra frustrazione quotidiana: il cerchio si chiude, il gioco è fatto, siamo fottuti.
Cercare di sottrarsi ai condizionamenti a cui siamo sottoposti è tuttavia, come si diceva, pressoché impossibile, possiamo spegnere la televisione, decidere di non comprare giornali, di non ascoltare la radio, ma se non lo facciamo noi, lo fanno i nostri vicini, parenti, amici, pertanto il condizionamento ci arriva strisciante in ogni caso. Oppure possiamo decidere di aggregarci a qualche movimento antagonista, alternativo, anticonformista, costruendoci così l’illusione – cura peggiore del male – di essere davvero antagonisti, alternativi, anticonformisti; diventando, per contro, ben più conformisti e condizionati di prima. L’anticonformismo è, per definizione, una scelta individualista, nessun gruppo, associazione, istituzione, potrà mai essere anticonformista. Anzi, è proprio nei gruppi che si ritengono anticonformisti (politici, culturali, musicali) dove vige il più becero conformismo: chi non aderisce completamente e totalmente all’ideale portato avanti dal gruppo viene visto come diverso (quando è proprio la diversità vanto di questi gruppi: è tanto bello essere diversi quando si è tutti uguali!), provocatore, e di conseguenza contestato ed emarginato. Si può essere anticonformisti soltanto da individui, mai e poi mai da collettivi.
Lungi dal promuovere una visione paranoica del mondo, l’unica opzione possibile che possiamo operare, l’unica praticabile, è quella di prendere coscienza dei condizionamenti a cui siamo sottoposti. “Prendere coscienza”, che significa “conosci te stesso”, da sempre l’unica e la sola arma, nonché la più potente, a nostra disposizione per la nostra “salvezza” (mentale, spirituale, come preferite). Ma per farlo dobbiamo uscire dagli schemi mentali imposti dalla cultura e dalla religione come da ogni altro condizionamento: dobbiamo imparare a osservarci, cioè, riconoscere la realtà per ciò che è, senza giudicarci “buoni” o “cattivi”, santi o peccatori, e senza – cosa più difficile! – mentire a noi stessi, perché tutti (ho detto tutti) abbiamo la spiccata tendenza a essere benevoli con noi stessi, giustificarci, in modo da mantenere intatta l’immagine mentale che abbiamo di noi di “buoni”. Sì, perché fin da bambini ci viene insegnato a essere “buoni”, cioè… sembrare “buoni”, perché pretendere di essere totalmente “bene” o totalmente “male” è una delle più stupide illusioni in cui siamo cresciuti: il bianco e il nero assoluti non esistono, in ognuno di noi è presente una piccola o grande percentuale di entrambi gli aspetti della dualità, nonché una serie di sfumature intermedie, e perciò questa “tensione al bene” a cui siamo sottoposti fin da piccoli, è destinata a divenire fonte di frustrazioni e di nevrosi.
Al contempo poniamo un grande sforzo nel giudicare azioni e pensieri degli altri, comportamenti sessuali e orientamenti politici, la loro condotta nei nostri confronti e in quelli della società: a che scopo tutto questo? A che cosa serve questo continuo giudicare quel che fanno gli altri? Perché dovremmo sprecare tutte queste risorse? Il cristianesimo stesso impiega tutte le sue energie a predicare il “non giudicare” (fraintendere, direi, tirandolo fuori per reprimere le nostre reazioni più che naturali conseguenti a una tragedia) e al contempo a giudicare e condannare i comportamenti “sbagliati” altrui! Quale enorme, squisita contraddizione! E quale altro storico condizionamento!
Lo so: sto divagando, almeno all’apparenza. Sono partito col parlare di condizionamenti e finisco col parlare dei grandi sistemi, dell’individuo. Ma il macrocosmo che abitiamo e il microcosmo che siamo sono analoghi (“Ciò che sta in alto è come ciò che sta in basso”, come ci ricorda la Tavola di Smeraldo ermetica) e perciò vanno presi in esame congiuntamente.
Infine vi chiedo di fare lo sforzo di non fraintendermi: non sono né ossessionato dalle “cospirazioni”, né sono così paranoico (e illuso) da pensare che l’uomo sia un burattino in mano ai “poteri occulti”. Semplicemente non ho alcuna certezza. La certezza, come al solito, ce l’ha chi sostiene che non ci sia niente “dietro” e che tutto sia semplice e cristallino come lo vediamo, i finti scettici (in buona o cattiva fede), sempre pronti ad attaccare e sbeffeggiare ciò che potrebbe incrinare i loro dogmi. Io semplicemente indago, studio, mi interesso e mi pongo una enorme quantità di dubbi e di interrogativi. Mi ritengo scettico per davvero, in maniera forse un po’ ingenua, ma certamente nella maniera più autentica: non credo a nulla e continuo a ricercare una verità che continuo a non trovare. Credo anche che ognuno di noi, adulto e consenziente, sia in qualche modo responsabile di lasciarsi condizionare e non sia sempre o totalmente una vittima innocente dei mezzi di informazione o del "potere". Sta a noi, infatti, fare quel minimo sforzo per pensare, per non abbandonarci alla pigrizia mentale del sorbire passivamente tutto ciò che ci viene propinato come “buono” dall’imbonitore di turno, dai media, dalle religioni, dalle correnti politiche. Ogni cosa va vagliata con attenzione e giudicata con la propria testa, invece di accettare ogni cosa venga dalla parte a cui abbiamo ormai accordato la nostra fiducia, rifiutando tutto ciò che viene dalle altre fonti.

IN NERO DA MATTINA A SERA
Non c'è bisogno di ripetere che l'abito nero è sempre elegante e che al pomeriggio e di sera è tuttora il grande favorito; ma con l'aggiunta di un colore, lo si porta volentieri anche al mattino.
Quello che ho sempre sostenuto anch'io.
Tratto da GRAZIA n. 618 Anno XXV, 27 dicembre 1952.
Occhei, occhei, poi magari parliamo di cose più leggere, estive, come cospirazioni, complotti e condizionamento mentale, ma per ora permettetemi di soffermarmi ancora un po' su cose serie che l'abastoriano ricercato sa apprezzare.
Di recente ho arricchito la mia collezione di visori stereoscopici di un paio di Tru-Vue, il primo, che potete ammirare nelle fotografie, è quello dotato di retro-illuminazione (come nei Model D, F e H del View-Master). Ora, se avete letto Abastor #35 saprete bene come il Tru-Vue fosse il diretto rivale del View-Master, nell'America belligerante degli anni '40: nato quasi una decina d'anni prima (siamo negli anni '30) del nostro visore preferito, il Tru-Vue adottò un sistema invero poco pratico e disastroso per la conservazione delle immagini: quello della pellicola 35mm.
Sì, proprio così: per vedere i vostri soggetti preferiti, dovevate inserire nel visore un rullino di diapositive 35mm in bianco e nero, facendo ben attenzione, oltre a centrare l'immagine (la cosa dev'essere stata ben poco pratica!), anche a non graffiare e non riempire di ditate il film... pensate un po' quando andava in mano ai più piccini! Un po' più tardi (verso il '49) la Tru-Vue si convertì alle schede rettangolari di cartone, formato che mantenne fino alla fine. Nel '51 venne acquisito dalla Sawyer's (la casa del View-Master) che ne fece un prodotto parallelo del suo visore stereo principale, proponendo, per entrambi, i medesimi soggetti, il medesimo numero di diapositive per scheda (7) e il medesimo numero di schede per storia (3, cioè 3x7=21 immagini).
Ora vi chiederete che senso avesse per la stessa casa mantenere due prodotti similari con due standard così diversi. È quello che ci chiediamo un po' tutti.
Rispetto al View-Master ho potuto notare le seguenti differenze: il Tru-Vue, inannzitutto propone immagini di dimensione maggiore, siamo circa sul doppio o triplo di superficie, rispetto ai dischetti VM; ciò consente, oltre a un'immagine più ingrandita, di inserire delle didascalie direttamente nelle diapositive, non sul cartoncino, favorendo la leggibilità della storia (con i VM, dobbiamo staccare lo sguardo dalla diapositiva per spostarlo sulla finestrella dove appare il testo stampato sul dischetto). E questo per quanto riguarda i vantaggi penso sia sufficiente. Purtroppo il sistema presenta anche degli svantaggi: come per le similari schede dei visori francesi (Lestrade, Bruguiere, Romo), la centratura delle immagini, soprattutto della prima coppia di diapositive, non risulta quasi mai perfetta, e perciò la scheda va "aggiustata" con le mani all'interno dell'alloggiamento; secondo svantaggio, la pellicola utilizzata dalla Tru-Vue non era la Kodak Ektachrome usata invece dal View-Master, il che comporta che la maggioranza delle schede Tru-Vue oggi reperibili nel mercato dell'usato siano ahimè irrimediabilmente virate magenta, dato che, una pellicola mediocre, col tempo, perde i suoi colori (peggio per voi, quindi, se avete scattato diapositive delle vostre vacanze al mare utilizzando un prodotto economico).
Il primo soggetto che ho recuperato per Tru-Vue è un episodio del telefilm Batman, per la precisione The Catwoman's Purrfect Crime (adoro i giochi di parole presenti nei titoli dei telefilm americani, che putroppo sono andati persi in tutte le traduzioni italiane, ma se andate a leggervi la lista di episodi di serie come Lonely Toons, Batman o anche il più recente Charmed - in italiano Streghe - potrete gustarvi non pochi doppi sensi), con la deliziosa, campy e sexy Julie Newmar nella parte della provocante Donna Gatto.
Certo, lo stesso episodio era già presente nella mia collezione nella versione per View-Master, ma un non so che di misterioso e affascinante ha in più la sua visione attraverso questo stereoscopio meno fortunato, che ha dovuto combattere per la sopravvivenza fino agli '70, perdendo alfine la sua tenace tenzone contro il colosso di Portland, ma acquisendo così, dalla sua, il fascino ambiguo e démodè che sanno avere soltanto gli sconfitti.
L'oggetto va così ad affiancare altri feticci batmaniaci che riempiono il mio tempietto votivo dedicato al tenebroso caped crusader, e nel quale fanno la loro degna figura tanto le automobili della Corgi, quanto il Batman Mego.
True-Vue: Stereo's missing link
VTCA Tru-Vue Index
Uh, fatevi un giro anche in questo sito: The Bat Pages, potrete entrare nella Bat-Cave soltanto se conoscete bene il telefilm, accedete poi alla sezione Multimedia e vi troverete tutte le diapositive del set per View-Master/Tru-Vue di cui stiamo parlando.
Di recente ho arricchito la mia collezione di visori stereoscopici di un paio di Tru-Vue, il primo, che potete ammirare nelle fotografie, è quello dotato di retro-illuminazione (come nei Model D, F e H del View-Master). Ora, se avete letto Abastor #35 saprete bene come il Tru-Vue fosse il diretto rivale del View-Master, nell'America belligerante degli anni '40: nato quasi una decina d'anni prima (siamo negli anni '30) del nostro visore preferito, il Tru-Vue adottò un sistema invero poco pratico e disastroso per la conservazione delle immagini: quello della pellicola 35mm.
Sì, proprio così: per vedere i vostri soggetti preferiti, dovevate inserire nel visore un rullino di diapositive 35mm in bianco e nero, facendo ben attenzione, oltre a centrare l'immagine (la cosa dev'essere stata ben poco pratica!), anche a non graffiare e non riempire di ditate il film... pensate un po' quando andava in mano ai più piccini! Un po' più tardi (verso il '49) la Tru-Vue si convertì alle schede rettangolari di cartone, formato che mantenne fino alla fine. Nel '51 venne acquisito dalla Sawyer's (la casa del View-Master) che ne fece un prodotto parallelo del suo visore stereo principale, proponendo, per entrambi, i medesimi soggetti, il medesimo numero di diapositive per scheda (7) e il medesimo numero di schede per storia (3, cioè 3x7=21 immagini).Ora vi chiederete che senso avesse per la stessa casa mantenere due prodotti similari con due standard così diversi. È quello che ci chiediamo un po' tutti.
Rispetto al View-Master ho potuto notare le seguenti differenze: il Tru-Vue, inannzitutto propone immagini di dimensione maggiore, siamo circa sul doppio o triplo di superficie, rispetto ai dischetti VM; ciò consente, oltre a un'immagine più ingrandita, di inserire delle didascalie direttamente nelle diapositive, non sul cartoncino, favorendo la leggibilità della storia (con i VM, dobbiamo staccare lo sguardo dalla diapositiva per spostarlo sulla finestrella dove appare il testo stampato sul dischetto). E questo per quanto riguarda i vantaggi penso sia sufficiente. Purtroppo il sistema presenta anche degli svantaggi: come per le similari schede dei visori francesi (Lestrade, Bruguiere, Romo), la centratura delle immagini, soprattutto della prima coppia di diapositive, non risulta quasi mai perfetta, e perciò la scheda va "aggiustata" con le mani all'interno dell'alloggiamento; secondo svantaggio, la pellicola utilizzata dalla Tru-Vue non era la Kodak Ektachrome usata invece dal View-Master, il che comporta che la maggioranza delle schede Tru-Vue oggi reperibili nel mercato dell'usato siano ahimè irrimediabilmente virate magenta, dato che, una pellicola mediocre, col tempo, perde i suoi colori (peggio per voi, quindi, se avete scattato diapositive delle vostre vacanze al mare utilizzando un prodotto economico).
Il primo soggetto che ho recuperato per Tru-Vue è un episodio del telefilm Batman, per la precisione The Catwoman's Purrfect Crime (adoro i giochi di parole presenti nei titoli dei telefilm americani, che putroppo sono andati persi in tutte le traduzioni italiane, ma se andate a leggervi la lista di episodi di serie come Lonely Toons, Batman o anche il più recente Charmed - in italiano Streghe - potrete gustarvi non pochi doppi sensi), con la deliziosa, campy e sexy Julie Newmar nella parte della provocante Donna Gatto.Certo, lo stesso episodio era già presente nella mia collezione nella versione per View-Master, ma un non so che di misterioso e affascinante ha in più la sua visione attraverso questo stereoscopio meno fortunato, che ha dovuto combattere per la sopravvivenza fino agli '70, perdendo alfine la sua tenace tenzone contro il colosso di Portland, ma acquisendo così, dalla sua, il fascino ambiguo e démodè che sanno avere soltanto gli sconfitti.
L'oggetto va così ad affiancare altri feticci batmaniaci che riempiono il mio tempietto votivo dedicato al tenebroso caped crusader, e nel quale fanno la loro degna figura tanto le automobili della Corgi, quanto il Batman Mego.
True-Vue: Stereo's missing link
VTCA Tru-Vue Index
Uh, fatevi un giro anche in questo sito: The Bat Pages, potrete entrare nella Bat-Cave soltanto se conoscete bene il telefilm, accedete poi alla sezione Multimedia e vi troverete tutte le diapositive del set per View-Master/Tru-Vue di cui stiamo parlando.
Ebbene sì, diciamolo: Christina Aguilera per un certo periodo è stata applaudita dal raffinato consesso Abastoriano. Com’era irresistibile nel suo periodo “Dirrrrrrrrty” di qualche anno fa….così inaudita e senza ritegno, quando lercia di grasso nei suoi video si sbatteva nei ring giù nelle fogne simulando cumshots con le bottigliette dell’acqua, o quando faceva la coatta aizzatrice di gang stradaiole in braghette viola e pedalini bianchi, o quando presentatrice agli MTV Music Awards si mostrò con la faccia e il corpo coperti di 10 cm di terra e nelle mise più luride e sfrontate. Beh, tutto questo adesso è solo un ricordo, le regole del pop si sa, impongono un ricambio continuo di look e stile così la nostra si è buttata sul più glamouroso vintage, rielaborando il boogie-woogie anni 40 ed uscendosene con questo catchy singolo “Candy Man” che è già diventato un discreto tormentone (se viene ripreso dagli spot della Tim e dagli stacchetti di Striscia la Notizia allora non c’è scampo!). Certo, un tempo quei boys dell’esercito anziché intonare “Tarzan and Jane were swingin' on a vine…. Sippin' from a bottle of vodka double wine” , sarebbero piuttosto partiti con un bel coretto “Ollellè, ollallà….faccela vedè, faccela toccà!” ma, nostalgie di vecchie porcate aguileresche a parte, il video qui è sufficientemente cheesy da risultare acchiappante e la citazione alle pin up anni 40 (Betty Grable!) è alquanto apprezzabile. Sull’idea della “triplicazione” di Tina in versione rossa, bionda e bruna ci sarebbe poi da ragionare…
….Difatti non può assolutamente sfuggire ad alcun Abastoriano che si rispetti che l’ispirazione sia venuta nientepopodimenochè da un vecchio numero di Raffaella Carrà, “If I had a million dollars” !!! Gosh, non c’è citazione camp che non salti fuori a questo mondo!
Lo so, lo so: Le vacanze intelligenti, episodio di Dove vai in vacanza?, è un vecchio film che tutti bene o male hanno visto, non è una rarità weird per cui spendere tempo e danaro in disperate ricerche per poi reperirne solamente una versione scassata, registrata nel 1982 da una televisione bergamasca in bianco e nero, in cui si distunguono a malapena poche ombre che piroettano in una cornice offuscata... Ma Le vacanze intelligenti non è un film, Le vacanze intelligenti è il film. Innanzitutto perché voglio parlare di un solo episodio di un intero film a episodi? Semplice: perché Le vacanze intelligenti è il più brillante dei tre (gli altri sono Sarò tutta per te e Sì buana), perché gli altri non se li ricorda nessuno, ma soprattutto perché Le vacanze intelligenti è ricco di oligoelementi abastoriani che fanno bene alla salute e di quell'urlo di riscossa della mediocrità in faccia alla spocchia dell'élite intellettuale (allora come oggi) dominante nei campi dell'Arte, del Cinema, della Scienza (non a caso, una tra le vittime preferite dalla satira di Sordi è proprio la classe medica, o meglio i "baroni" della medicina). Lo stesso urlo che in Fantozzi reclama finalmente la verità: "La Corazzata Potemkin è una cagata pazzesca!". Quell'urlo che ci incarna tutti, che tutti ci unisce nell'esprimere a gran voce una verità lapalissiana, ma che nessuno ha mai il coraggio di esternare per paura di essere considerato un gretto, un ignorante ottenebrato, impossibilitato a comprendere la grandisità dell'Opera.
Ora, ovviamente, non è La Corazzata Potemkin a essere neccessariamente una porcheria. Non è questo il punto. Tanto più che oggi la posizione di certa critica intellettualoide si è ribaltata e varrebbe l'urlo contrario, cioè che "Spiderman è una cagata pazzesca". Ancora una volta non è Spiderman il punto focale della questione, ma come si debba ogni volta accogliere esultanti qualsiasi cagata infarcita di CGI venga partorita da quella mignotta sempre incinta di padri anonimi d'oltre oceano che è Hollywood. Il punto, dicevo, è come si sia costretti ad apprezzare certe cose per partito preso, perché di moda, o perché "fa", perché se ti vesti in una certa maniera, frequenti un certo giro di persone, non puoi fare a meno di apprezzare determinate cose (vizio, ahimè, diffuso in tutti gli ambienti questo, non soltanto in quello snob-cinematografico... che noia).
Tanto in Fantozzi quanto nei film di Sordi, non si salva nessuno alla fin fine: non si salvano i baroni, come non si salvano i mediocri. Poiché, per quanto si ribelli, il mediocre verrà sempre sconfitto: è nella sua natura perdere, così come il popolo alla fine perde la Rivoluzione Francese, così come i contadini perdono la Rivoluzione Russa. Ma è il suo gesto di ribellione che rimarrà nella storia.
Le vacanze intelligenti fotografa in maniera precisa e intelligente un certo ambiente che, passati i decenni, continua a riproporsi con leggere, eterne varianti: quello della famiglia di origini umili (i "fruttaroli" in questo caso), con il sogno di avere "il figlio dottore". Un sogno che quando si realizza, per la legge del contrappasso (è il desiderio mediocre per definizione, ma non di cultura, bensì di denaro, posizione sociale, oggetto di cui fare vanto), non porta alcuna felicità, poiché tale figlio dottore, non può che essere il tipico parvenu spocchioso ed arrogante, che umilia i propri genitori vergognandosi della loro modestia.
In Le vacanze intelligenti questa categoria di "figli dottori" c'è tutta: c'è non solo il "figlio dottore" nel vero senso della parola, cioè medico o aspirante tale; ma c'è anche la figlia artista - frequenta l'Accademia di Belle Arti - e lesbica - non è esplicita, ma la cosa è palesata dal rapporto con l'amica che riarreda casa - e la figlia alternativo-fricchettona-figa-e-pure-un-po'-zoccola, che si vergnogna delle sue origini al punto di parlare solo inglese, vestire da indiana e ribatezzarsi con un appellativo esotico per evitare il proletario nome di Pasqualina. Cambiando epoca, personaggi e ambienti, il rislutanto non cambia e i prototipi rimangono validi e applicabili anche oggigiorno.
I genitori, invece, sono la tipica coppia di borgatari romani, privi della ben che minima educazione raffinata e improntata al gusto del bello... nel senso: è gente semplice che non può (e perché dovrebbe?) comprendere certe devianze artistiche moderne, che non hanno nessun senso se non quello di ostentazione onanistica di chi le ha create, che nessuno capisce, ma che nessuno ha il coraggio di ammettere di non capire. La loro casa ne rispecchia in pieno la personalità: i centrini, i soprammobili, la Madonnina in camera da letto, la gondola di Venezia di plastica... sono tutti quegli oggetti irrinunciabili presenti in ogni casa che si rispetti, oggetti che distinguono la Donna Felicita e il suo fascino decadente. Casa che nella sua mediocrità esprime anche una certa armonia, un senso di perfetto equilibrio che sta per essere stravolto dall'avvento dei barbari: i figli che con la loro spocchia intellettualoide-artistoide impongono una modernità ancora più brutta e priva di quella mediocre armonia che invece ha l'arredamento dei genitori fruttaroli e ignoranti, ma, proprio per questo immensamente più veri dei figli boriosi.
Ecco: tutto si concretizza nelle vacanze estive, quando i genitori chiudono bottega e vanno al mare... no, quest'anno viene loro imposto di cambiare, di uscire dalla monotonia, dalla mediocrità, e vivere delle vacanze alternative: andare alle terme, fare la dieta, frequentare concerti di musica concreta, visitare la Biennale D'Arte di Venezia... farsi una cultura, insomma, soddisfare lo spirito e non la panza. Ma la cura si rivela peggiore del male, perché i due vengono spinti a frequentare ristoranti snob dove la nobilità decaduta pasteggia a olive e crudité, ad ascoltare un concerto di musica contemporanea dove gli orchestranti pare stiano accordando gli strumenti, a visitare una Biennale d'Arte che, già allora, sprofondava nella più totale e incontrollata demenza. Questa dieta intellettuale, peggiore di quella dimagrante cui li costringe il figlio medico, strema i due fruttaroli, che, esausti - nonché umiliati dalla figlia frichettona e stronza che a Venezia li evita, vergognandosene -, finiranno per vendicarsi, mangiando "facioli e sarccice".
Tuttavia, come si diceva, il mediocre non può vincere: infatti, i due fruttaroli, ritornati a casa, la ritroveranno stravolta dalla fredda rivoluzione formale attuata dall'amica arredatrice della figlia Romolina: i mobili sono spariti, al posto della Madonnina un punto interrogativo... "Pare di stare alla Biennale", riassume con stupore interdetto mamma Augusta (una prodigiosa Anna Longhi). Già. Con la tipica superficialità del parvenu il "figlio dottore" crede di riscattare la propria mediocrità attraverso l'ostentazione di oggetti e frequentazioni "in", dimostrando non solo di non aver superato in alcun modo tale mediocrità, ma di avervi aggiunto la spocchia del figlio di fruttaroli che ha studiato e crede di avere in mano la Verità assoluta della cultura, della scienza, dell'arte e del gusto.
E allora evviva il bicchierino di Vov servito sul centrino da mamma Augusta, se questo serve a renderci coscienti della nostra mediocrità, anziché travestirla dello snobismo intellettualoide del parvenu arrogante, che oltre a mediocrità esprime menzogna e superficialità.





