La tarantola dal ventre nero
I primi cinque minuti del film sembrano fatti apposta per catturare l'attenzione (maschile...) e tenerla incollata allo schermo fino alla fine: Barbara Bouchet, nella parte della ninfomane, sfila quasi ininterrottamente senza alcunché addosso davanti alle nostre pupille, mentre il massaggiatore ne lavora con maestria le cosce e lei lo ripaga facendogli il piedino (il particolare stimola senz'altro più l'umorismo che l'orgasmo). E anche quando è "vestita" (un pigiamino assemblato facendo economia di stoffa) è in grado di far perdere la ragione a un santo. Ma, passata questa metrata di pellicola di gaudium magnum, si scivola lentamente nella noia: l'assassino è palese fin dal principio e la presenza di tanti nomi (Giancarlo Giannini, Claudine Auger, Rossella Falk, Silvano Tranquilli, Barbara Bach, Stefania Sandrelli, Giancarlo Prete e una comparsata di Eleonora Giorgi, vi basta?) non risollevano le sorti di un thrilling dalla suspence zoppicante: tutto procede un po' troppo a caso, Giancarlo Giannini è mal impiegato e la splendida colonna sonora di Ennio Morricone è sprecata.
La tarantola dal ventre nero (Italia/Francia 1971, regia di Paolo Cavara) sembra infatti presagire la vacuità e la mancanza di talento propria degli horror degli anni '80, riuscendo a svilire persino le interpretazioni di grandi attori quali Giannini, uno che ha sempre dimostrato di saper risollevare la sorte anche dei film più infelici. A dire il vero, il ridoppiaggio della pellicola è probabilmente il maggior responsabile di buona parte della delusione: come successo per altri film (Il rosso segno della follia, per esempio), è probabile che sia andata persa la versione originale italiana o che il doppiaggio fosse troppo rovinato o incompleto (le forbici della censura ci andavano pesante), per poterlo usare in un'edizione integrale... ma allora perché non richiamare gli attori originali a doppiarsi? Costava troppo?
Insomma, una visione sprecata? Certo che no: i begli occhioni di Claudine Auger sanno ripagarci di tutto.
Abbandonati nello spazio
Quando il cinema catastrofico e la fantascienza si uniscono possiamo assistere a film in cui la sfiga assume proporzioni astronomiche. Abbandonati nello spazio (Marooned, USA 1969) vorrebbe far parte di entrambi i generi, ma la tensione di un Airport o di un Inferno di cristallo si annacqua in un catino di acqua cheta e l'avventura di uno Star Trek si riduce qui ad una gitarella nel cortile di casa. Il film è infatti smoscio le cose succedono senza sapere perché, i personaggi agiscono senza un motivo e nemmeno i russi sono cattivi.
Tre astronauti vengono spediti nello spazio per sette mesi a vivere in una stazione spaziale. Siccome che dopo cinque mesi danno l'aria di essere stanchi, la missione viene sospesa e i tre fatti rientrare, ma ecco che la sfiga incombe e impedisce ai retrorazzi di accendersi. Ah... nessuno sa che pesci pigliare e alla fine si decide di mandare a recuperarli un altro astronauta con l'aereo dei Thundirbirds.
Ma l'ossigeno scarseggia e i tre astronauti devono respirare a turno, finché uno non si decide ad andar fuori a suicidarsi per lasciare l'aria agli altri due. Tutto questo con continui apri e chiudi di sportelli e pressurizza e depressurizza la cabina, il che consuma sicuramente più aria di quello che può fare 1/3 dell'equipaggio. Ah, già, dimenticavo: c'è un uragano su Cape Kennedy che impedisce all'astronave di soccorso di partire... no, ecco che inaspettatamente (inaspettatamente?!) l'occhio del ciclone arriva giusto giusto sopra il razzo che deve partire appena in tempo perché l'ossigeno basti a pelo ai due astronauti superstiti rimasti nello spazio.
Ah, ma uno dei due astronauti è preda dell'isterismo, della paranoia, dell'ipocondria... ah, no, ma ci sono i russi che arrivano con una bombola d'ossigeno a portare una ventata di aria fresca (ma inquinata di idee socialiste? mmm... mi sa che i due saranno contaminati da idee bolsceviche e al loro rientro andranno depurati in una base tipo Guantanamo!)... ah, ecco che rientrano. Fiuuu...
Scenetta strappalacrime: le mogliettine e gli astronauti che parlano tra loro attraverso la radio, si dicono "ti amo" e parlano del più e del meno.
Che due marooned...
Questa settimana, esattamente martedì 26 febbraio, la mia nonna paterna ha compiuto 100 anni. Alcuni anni fa, esattamente 18, nel 1990, fu resa protagonista di un fotoromanzo, "La Nonna Toxica", che le conferì una certa popolarità tra il pubblico fanzinaro e mail-artistico italiano: il fotoromanzo, realizzato dal Gruppo Rancido*, fu pubblicato su una delle fanzine che facevo allora, "La Mappazza", e poi ristampato qualche anno dopo, all'interno di un booklet di fotoromanzi chiamato "Fotofobia".
Le immagini sono una sequenza di istantanee scattate durante le sue reali attività quotidiane: fino ai novant'anni circa è sempre stata molto attiva come casalinga, ricamando, facendo i cruciverba, lavando i piatti, ecc. L'ultimo scatto la vede attivamente partecipe, poiché le fu dato in mano un cucchiaino (contenente dello zucchero) e una siringa, chiedendole di "fare la faccia da tossico". Montate in sequenza queste fotografie e scritta una storia, il tutto divenne un fotoromanzo di un paio di pagine che la vedeva fare i suoi lavori domestici e alla fine drogarsi per evadere dalla quotidianità.
Martedì è stato festeggiato il compleanno, dunque, con la partecipazioni di autorità civili e religiose (mancavano quelle militari, ma vabbeh, sarà per i 200 anni!), molti fiori, dolciumi e doni vari, il quartiere si è organizzato e le ha regalato una bella cornice d'argento con una foto sua e di mio nonno risalente agli anni '30.
È stato pubblicato anche un articolo su un giornale locale, dove i soliti giornalisti si sono inventati qualche bella frase ad effetto: "...ricordato come la fede abbia aiutato il suo cammino..."... prego?!
La "creatività" (scusate l'eufemismo) dei giornalisti riesce ancora oggi a sorprendermi... la capacità di stravolgere un qualsiasi avvenimento con frasi quasi insignificanti, tale da far assumere ad un evento un significato piuttosto che un altro, ha in sé quasi del genio.
And Free for All
!

---
* Il Gruppo Rancido fu il primo esperimento creativo collettivo che promossi e di cui facevo parte: tra l'89 e il '92 il Gruppo Rancido produsse fanzine, fotoromanzi, condusse trasmissioni radiofoniche e formò La Casa Rosa Confetto.