Burlesque - Curve assassine, sorrisi di fuoco e piume di struzzoDi libri di cui parlare ce ne sarebbero tanti... il poco tempo e le varie cose che in questo periodo mi prendono tempo, ma soprattutto la scarsa voglia di leggere che ho, non mi consentono non solo di leggere tutto quello che vorrei, ma anche di riuscire a scriverne.
Un libro in particolare, però, merita una recensione e un po' di esposizione nella bacheca internettara abastoriana, non solo per la disgraziata distribuzione a cui è sottoposto, ma soprattutto per l'intrigante tematica che affronta.
Il buon vecchio Attilio Reinhardt ha infatti dato alle stampe già da qualche mese - ma io sono riuscito a farmelo arrivare solamente in settembre - questo delizioso Burlesque - Curve assassine, sorrisi di fuoco e piume di struzzo.
La "moda" del Burlesque incalza e da qualche anno è arrivato anche in Italia furoreggiando in locali notturni e in festival garage. Tra gli abastoriani ci sono ben due profeti di questo tipo di spettacolo, uno dei quali è proprio Attilio, che come parte integrande di Burlesque Italia, ha il ruolo di presentatore degli show lombardi di burlesque. E nel Nord Italia il Burlesque è attivo e presente soprattutto grazie a lui, a Burlesque Italia e alle venete Sick Girls, che ho avuto modo di ammirare allo Shout! Festival di un paio d'anni fa in Valpolicella.
Che cos'è il Burlesque? Per i pochi che ancora non lo sapessero è una forma di scanzonato e spensierato spettacolo che diverte e stuzzica, in cui delle belle signorine si spogliano con un certo senso dello humor. Le signorine in questione non rimangono però mai interamente nude: slip e "puntini" rimangono al loro posto e lo spettacolo è di buon gusto e raffinato, adatto per un pubblico abastoriano: pesca le sue origini negli spettacoli teatrali di strada, nel vaudeville e nei side show soprattutto degli anni '40 e '50.
Ma a questa, come a tante altre domande saprà rispondere il volume di Attilio,  che approfondisce appunto, tutti gli interrogativi che lo spettatore più attento e curioso, che non si limità cioè a godere distrattamente delle belle forme delle artiste esposte in questi spettacoli, si pone e cerca di svelare.
Attilio ci spiega che cosa il Burlesque è e soprattutto che cosa non è (non confondiamolo con gli squallidi lap dance in cui ragazze già nude si dimenano annoiate attorno al palo in spettacoli ginecologici che poco hanno di stuzzicante e ancor meno di difertente), ci racconta la sua lunga storia che affonda le radici nel settecento, ci spiega come fare Burlesque e quali strumenti servano e infine fa una carrelata degli artisti (sì, ci sono anche maschi e non solo come presentatori) che fanno parte del variegato mondo del Burlesque.
Un bel volume che per pochi euro ogni abastoriano che si rispetti dovrebbe prontamente far proprio! Ah, attenzione che non è facile da trovare tra gli scaffali della vostra libreria: lo dovete ordinare!

Attilio Reinhardt Curve assassine, sorrisi di fuoco e piume di struzzo
Eumeswil, 2009
€ 15,50
Avrete notato l'auto sospensione di Abastor Daily tra agosto e settembre e il suo ritorno con vecchio layout ma ripulito e modificato nella sua struttura... Nulla di ecclatante, per carità. Non è successo nulla di grave, neppure. Semplicemente mi sono rotto.
Di che cosa mi sono rotto? Di Internet, o meglio dell'Internet "comunitario", dell'Internet "sociale", dell'Internet che permette a tutti di dire la loro opinione, soprattutto quando non c'è niente da dire. In altre parole dei social network e di questa pseudo-democrazia virtuale.
Sì, di Facebook, MySpace, YouTube e compagnia ciarlante, ma anche dei commentini nei blog, delle stellette qua e là, dei pollici alzati e pollici versi, del "mi piace"/"non mi piace"... Mi sono rotto dell'inutilità di tutto questo. Di questa forma di caricatura democratica che serve a far credere a tutti di avere un ruolo nel sistema, di avere l'illusione di poter esprimere una opinione, quando l'unico ruolo è di partecipare come il sistema vuole, non di creare... non esiste cioè uno spazio per la ragione, ma solamente per il far sentire la propria voce, non importa che cosa si dica: proprio come accade in televisione.
In realtà Internet e la televisione non sono poi così differenti e antitetiche come si vorrebbe far credere, si stanno avviando su una strada parallela di uniformismo, che non passa per il conformismo - che è una forma esplicita di sradicamento dell'individualità - ma verso l'omologazione: stili e modi di essere diversi ma tutti omologati, filtrati e standardizzati, in modo tale da inquadrare anche il "diverso": "Sei anticonformista? Allora ti devono per forza piacere queste cose!" Facendo diventare anche l'anticonformismo una forma di conformismo... Sì, lo so, in realtà è così da un po' e Internet non ha niente a che vedere con questa trasformazione, se non in una minima parte.
Insomma, avere sempre qualcosa di inutile da dire su internet - possibilmente di opposto in modo tale da creare uno scontro - non è molto dissiile dalle trasmissioni della De Filippi, dove interventi urlati e aggressivi, per affermare un'opinione qualsiasi, una bazzecola, hanno l'unico scopo di intervenire giusto per intervenire, per contrapporre la propria opinione - senza ragionarvi, il più delle volte - come scontro fine a sé stesso.
Internet fin dai suoi albori ha avuto lo stesso ruolo: i newsgroup, prima, le chat IRC e i forum, poi, sono stati l'arena di questi scontri di opinioni sui più svariati temi (di gran voga, da sempre, fascismo vs. antifascismo, genitrice di tutte le polemiche che si rispettino), sui quali bisogna schierarsi e scontrarsi, per dimostrare di appartenere (che è l'opposto di essere). Un gran pollaio di galline starnazzanti, insomma, dal quale non voglio certo tirarmene fuori e fare lo snob, poiché ne ho fatto e faccio parte anch'io, e poiché Internet mi piace e lo uso quotidianamente per mille faccende. Ma non posso fare a meno di dire: che palle! Non ne posso più di questo Internet. Di questo modo di educarci a intervenire sempre e comunque per poi, alla fine, non dire niente.
Internet è infatti il "grande tutto", dove qualsiasi informazione e punto di vista sono reperibili, e il "grande nulla", in cui tutto si perde e svanisce, in cui tutti scrivono, ma nessuno legge, dove tutti sbraitano di continuo, ma senza lo scopo di raggiungere alcun accordo o di costruire alcunché. Internet come arena dove sfogare le frustrazioni quotidiane, dove, dietro la maschera fornita dal mezzo, permette di manifestare quel che quotidianamente reprimiamo. Internet come specchio, che mostra le deformità che nel mondo reale si nascondono, per fare bella figura e apparire come si vorrebbe essere, ma non si è...
Così ho chiuso la maggior parte dei miei spazi nei vari social network, ed ero lì lì per chiudere anche questo blog. Ma poi ho deciso - per il momento - di restare ma ripartendo da zero: senza cambiare la forma, cioè il layout, ma cambiando la sostanza, cioè, il modo di porsi nei confronti del web. Ovvero: non scrivere per presenzialismo, ma quando si ha veramente qualche cosa da dire; limitare al minimo indispensabile i commenti negli spazi altrui; utilizzare i social network solamente per fini realmente sociali, ovvero contattare quelle persone che non ho altro modo di contattare; prediligere il dialogo diretto - in questo caso sotto forma di e-mail - evitando nel modo più radicale possibile gli interventi in spazi pubblici condivisi: non vedo perché, se ho qualcosa da dire a qualcuno, lo debba fare sotto gli occhi di tutti.
Di conseguenza da questo blog sono stati inibiti i commenti (non ho cancellato nulla, se non quei post che ritengo di dover eliminare per fare un po' di pulizia: i commenti sono sempre presenti nel database di Splinder, ma non vengono più richiamati dal layout del blog) e quella parte della comunità di Abastor superstite andrà via via eliminata: spariti da tempo forum e libro degli ospiti, la mailing list diventa una newsletter, chiusa e irraggiungibile da qualsiasi spazio web. Chi abbia qualcosa da dire, chi voglia fare un intervento sensato e costruttivo, può scrivermi privatamente, altrimenti legga in silenzio: di rumore di fondo ce n'è già fin troppo.