Va bene, va bene, la pianto con gli Abastor Quiz: non c'è bisogno di dirlo. Il gioco è bello se dura poco, lo so. Però in cambio comincio a fare lo scapolo acido e insoddisfatto. Peggio per voi. Ve la siete cercata.
Allora, <scapolo inacidito mode on> (come scrivono i ziovani, io che ziovane non sono più e pertanto mi considero in diritto di essere acido e antipatico) parto con lo sparlare di una serie televisiva che, con mio grande rammarico, riscuote un grosso successo (presso i ziovani, ma non solo) : Sex and the City.
Facciamo un salto indietro nel tempo con la Time Machine del buon George (H.G. Wells himself - ovviamente faccio riferimento a L'uomo che visse nel futuro di George Pal, mica quella stratosferica cagata del remake) e andiamo indietro di, che so, mezzo secolo, tanto per fare i conti tondi. Torniamo su per giù nel 1957, quando parlare di sesso era non solo sconveniente, ma vergognoso, immorale e riprovevole. Allora, anche il minimo accenno al sesso - nei media, sia chiaro, perché l'omini di sesso tra loro ne han sempre parlato, checché provvedimenti ecclesiastici e statali né avessero da dire - era visto come un qualcosa di impensabile, tanto che il papa, riferendosi al sesso, utilizzava contorti eufemismi quali "le cose che riguardano la creazione".
Ovviamente tutto quel perbenismo dal quale, ci mancherebbe altro, ci siamo fortunatamente emancipati - anche se il suo fascino retro ce l'ha tutto e certi film presentano un eleganza tale, quando si trattava di accennare alle scene d'amore, che andrebbe recuperata - era un'immensa ipocrisia, dietro alla quale si voleva nascondere il solito puttanierismo di certi maschietti e la zoccolaggine di certe altre signore "per bene".
Torniamo al presente: presente nel quale siamo passati da un'estremo all'altro. Presente nel quale non si può imbastire un qualsiasi spettacolo senza parlare di sesso - persino Star Trek, che, nella serie classica sapeva accennare al sesso con eleganza e raffinatezza, quando, cioè, Kirk, non se ne lasciava scappare una, terrestre o aliena che fosse, bastava che respirasse. OK, il sesso è una parte della nostra vita, una cosa naturale, normale, vitale, indispensabile. Una cosa sulla quale non dispiace parlare nemmeno noi, eleganti e raffinati signori e signirine démodè.
Tuttavia ci sono dei limiti e spettacoli televisivi come Sex and the City li travalicano abbondamentemente.
Io odio Sex and the City.
No, non perché sono delle donne a parlare di sesso, non perché il sesso sia reso esplicito, ma perché il sesso è reso banale.
Innanzitutto le protagoniste di un simile show non sono impiegate dell'INPS (Anto', non so che farci, ma mi viene sempre questa metafora!), non sono operaie della Benetton o donne delle pulizie, ma svolgono sempre professioni improbabili, in cui non si sa cosa facciano, ma si sa che guadagnano un sacco di soldi - solo per potersi pagare gli appartamenti in centro a Nuova York devono guadagnare davvero un fottìo di soldi.
Le protagoniste fanno dio sa che (le grafiche, le designer, le arredatrici, che cazzo fanno?!), sono sempre e soltanto donne di alto rango, non hanno altro problema che quello di pensare a fare shopping e a procurarsi uno stallone per la serata.
Ma al di là di questo, la cosa più antipatica, stucchevole, miserevole, è il modo che hanno di parlare di sesso: ogni cosa deve essere per forza spiattellata alle amiche! Santocielo: io faccio una fatica a parlare della mia sessualità e dovrei venire torturato dalla Gestapo prima di parlare di quello che si fa a letto con una signora, come fanno queste a snocciolare ogni minimo dettaglio di quello che fanno a letto con i loro amanti occasionali? È... imbarazzante!
Voi mi direte: questa è la realtà. Bella realtà. Se questa è la realtà sono felice di non farne parte e di vivere in un mondo tutto mio.
Allora, <scapolo inacidito mode on> (come scrivono i ziovani, io che ziovane non sono più e pertanto mi considero in diritto di essere acido e antipatico) parto con lo sparlare di una serie televisiva che, con mio grande rammarico, riscuote un grosso successo (presso i ziovani, ma non solo) : Sex and the City.
Facciamo un salto indietro nel tempo con la Time Machine del buon George (H.G. Wells himself - ovviamente faccio riferimento a L'uomo che visse nel futuro di George Pal, mica quella stratosferica cagata del remake) e andiamo indietro di, che so, mezzo secolo, tanto per fare i conti tondi. Torniamo su per giù nel 1957, quando parlare di sesso era non solo sconveniente, ma vergognoso, immorale e riprovevole. Allora, anche il minimo accenno al sesso - nei media, sia chiaro, perché l'omini di sesso tra loro ne han sempre parlato, checché provvedimenti ecclesiastici e statali né avessero da dire - era visto come un qualcosa di impensabile, tanto che il papa, riferendosi al sesso, utilizzava contorti eufemismi quali "le cose che riguardano la creazione".
Ovviamente tutto quel perbenismo dal quale, ci mancherebbe altro, ci siamo fortunatamente emancipati - anche se il suo fascino retro ce l'ha tutto e certi film presentano un eleganza tale, quando si trattava di accennare alle scene d'amore, che andrebbe recuperata - era un'immensa ipocrisia, dietro alla quale si voleva nascondere il solito puttanierismo di certi maschietti e la zoccolaggine di certe altre signore "per bene".
Torniamo al presente: presente nel quale siamo passati da un'estremo all'altro. Presente nel quale non si può imbastire un qualsiasi spettacolo senza parlare di sesso - persino Star Trek, che, nella serie classica sapeva accennare al sesso con eleganza e raffinatezza, quando, cioè, Kirk, non se ne lasciava scappare una, terrestre o aliena che fosse, bastava che respirasse. OK, il sesso è una parte della nostra vita, una cosa naturale, normale, vitale, indispensabile. Una cosa sulla quale non dispiace parlare nemmeno noi, eleganti e raffinati signori e signirine démodè.
Tuttavia ci sono dei limiti e spettacoli televisivi come Sex and the City li travalicano abbondamentemente.
Io odio Sex and the City.
No, non perché sono delle donne a parlare di sesso, non perché il sesso sia reso esplicito, ma perché il sesso è reso banale.
Innanzitutto le protagoniste di un simile show non sono impiegate dell'INPS (Anto', non so che farci, ma mi viene sempre questa metafora!), non sono operaie della Benetton o donne delle pulizie, ma svolgono sempre professioni improbabili, in cui non si sa cosa facciano, ma si sa che guadagnano un sacco di soldi - solo per potersi pagare gli appartamenti in centro a Nuova York devono guadagnare davvero un fottìo di soldi.
Le protagoniste fanno dio sa che (le grafiche, le designer, le arredatrici, che cazzo fanno?!), sono sempre e soltanto donne di alto rango, non hanno altro problema che quello di pensare a fare shopping e a procurarsi uno stallone per la serata.
Ma al di là di questo, la cosa più antipatica, stucchevole, miserevole, è il modo che hanno di parlare di sesso: ogni cosa deve essere per forza spiattellata alle amiche! Santocielo: io faccio una fatica a parlare della mia sessualità e dovrei venire torturato dalla Gestapo prima di parlare di quello che si fa a letto con una signora, come fanno queste a snocciolare ogni minimo dettaglio di quello che fanno a letto con i loro amanti occasionali? È... imbarazzante!
Voi mi direte: questa è la realtà. Bella realtà. Se questa è la realtà sono felice di non farne parte e di vivere in un mondo tutto mio.
Perché rischiare di essere delusi dalla realtà, quando si può essere pienamente soddisfatti dalla fantasia?
...è anche più facile riconoscersi in qualcosa (movimento, gruppo, orda di ultras, ideale politico, società di bocce... insomma, potete metterci quel che volete) che pensare con la propria testa, inventare qualcosa di proprio, unico, originale, che risponda al proprio spirito, creare qualcosa.
Insomma, è più facile comprare una torta pronta, che farsela da soli partendo dalle uova, dalla farina, dal burro... ed è un po' quello che ormai mi sembra stia succedendo a tutti i livelli. La gente è diventata pigra, mentalmente pigra. Anche l'energia giovanile più pura e incontaminata è ormai imbrigliata in questo genere di trappola, incapace di creare qualcosa di proprio, più facile prendere e copiare modelli preconfezionati che andare alla ricerca e scoprire qualcosa che gli altri non conoscono.
E allora che senso ha anche la parola "alternativo" se non è altro che l'ennesima forma di conformismo e di consumismo? Quel che vi piace, siete sicuri che vi piaccia perché è veramente di vostro gusto e non lo apprezzate invece perché il modello che avete indossato lo prevede come forma integrante di quel modo di essere?
No, non rispondete subito, la prima risposta che vi verrà sarà sicuramente quella sbagliata, affermando con sicurezza che seguite quel gruppo, vi vestite a quel modo, leggete quel libro, perché voi avete scelto di farlo, e non siete nemmeno coscienti di avere comprato l'intero pacchetto del perfetto ... (riempiere gli spazi vuoti a piacere), credendo di essere in grado di operare delle scelte... eccola lì: la tua opzione è già bella pronta sullo scaffale, pronta per essere venduta.
Niente di diverso, insomma, dall'essere alla moda, dal vestirsi come la rivista di trendy fashion freak show vi impone di fare, o del seguire il campionato di calcio, perché altrimenti non sapete come trovare un link con gli altri esseri umani (c'è proprio bisogno di farlo? Io non credo...)... calcio, politica, religione, musica, cultura... alla fin fine non sono che un mezzo per omologarsi, per trovare un pollaio comune nel quale razzolare invece che essere costretti a pensare.
Eccoli lì tanti modelli preconfezionati: il kit "uomo", che prevede una squadra di calcio per cui tifare, una rivista piena di foto patinate di un qualche "gommone" televisivo; il kit "donna", con la sua rivista trendy, la passione per la moda, l'estetista, la parrucchiera...; il kit "alternativo", il kit "intellettuale", ecc. ecc.
È triste, ma è così. Ormai si è persa ogni spontaneità, ogni energia, e siamo tutti degli zombie inebetiti che comprano quel che viene loro offerto dall'imbonitore di turno.
Ed è questa la migliore forma di controllo... dividi et impera? No: ammassa e comanda.
È la più subdola forma di regime quella che fa credere di poter operare delle scelte. Ti fornisce delle opzioni, ma, alla fine non cambia molto che tu ne scelga una o l'altra. E così ti hanno abituato a scegliere tra i concorrenti di un reality o a tifare per una squadra invece che per un'altra, o ancora a seguire una corrente (di musica, pensiero, arte...) invece che un'altra, e, infine, a votare, e tu credi di poter cambiare le cose votando.
No, non fraintendetemi: non me ne tiro fuori, anch'io ne faccio parte. Per dire, sono andato a votare anch'io (fa parte delle mie contraddizioni), ma con la coscienza di far parte di un gioco, di un'illusione. E così non cambia assolutamente niente che tu voti o non voti, è una tua scelta, per me sono rispettabili entrambe, purché si sia consapevoli di non stare operando nessuna scelta.
L'illusione è quella di essere libero, di essere un "persona", quando alla fine sei solo un consumatore, e l'unica libertà che hai è quella di scegliere la marca del prodotto, ma sei costretto a comprarlo comunque.
E "Fahreneit 451" è sempre più vicino.
Insomma, è più facile comprare una torta pronta, che farsela da soli partendo dalle uova, dalla farina, dal burro... ed è un po' quello che ormai mi sembra stia succedendo a tutti i livelli. La gente è diventata pigra, mentalmente pigra. Anche l'energia giovanile più pura e incontaminata è ormai imbrigliata in questo genere di trappola, incapace di creare qualcosa di proprio, più facile prendere e copiare modelli preconfezionati che andare alla ricerca e scoprire qualcosa che gli altri non conoscono.
E allora che senso ha anche la parola "alternativo" se non è altro che l'ennesima forma di conformismo e di consumismo? Quel che vi piace, siete sicuri che vi piaccia perché è veramente di vostro gusto e non lo apprezzate invece perché il modello che avete indossato lo prevede come forma integrante di quel modo di essere?
No, non rispondete subito, la prima risposta che vi verrà sarà sicuramente quella sbagliata, affermando con sicurezza che seguite quel gruppo, vi vestite a quel modo, leggete quel libro, perché voi avete scelto di farlo, e non siete nemmeno coscienti di avere comprato l'intero pacchetto del perfetto ... (riempiere gli spazi vuoti a piacere), credendo di essere in grado di operare delle scelte... eccola lì: la tua opzione è già bella pronta sullo scaffale, pronta per essere venduta.
Niente di diverso, insomma, dall'essere alla moda, dal vestirsi come la rivista di trendy fashion freak show vi impone di fare, o del seguire il campionato di calcio, perché altrimenti non sapete come trovare un link con gli altri esseri umani (c'è proprio bisogno di farlo? Io non credo...)... calcio, politica, religione, musica, cultura... alla fin fine non sono che un mezzo per omologarsi, per trovare un pollaio comune nel quale razzolare invece che essere costretti a pensare.
Eccoli lì tanti modelli preconfezionati: il kit "uomo", che prevede una squadra di calcio per cui tifare, una rivista piena di foto patinate di un qualche "gommone" televisivo; il kit "donna", con la sua rivista trendy, la passione per la moda, l'estetista, la parrucchiera...; il kit "alternativo", il kit "intellettuale", ecc. ecc.
È triste, ma è così. Ormai si è persa ogni spontaneità, ogni energia, e siamo tutti degli zombie inebetiti che comprano quel che viene loro offerto dall'imbonitore di turno.
Ed è questa la migliore forma di controllo... dividi et impera? No: ammassa e comanda.
È la più subdola forma di regime quella che fa credere di poter operare delle scelte. Ti fornisce delle opzioni, ma, alla fine non cambia molto che tu ne scelga una o l'altra. E così ti hanno abituato a scegliere tra i concorrenti di un reality o a tifare per una squadra invece che per un'altra, o ancora a seguire una corrente (di musica, pensiero, arte...) invece che un'altra, e, infine, a votare, e tu credi di poter cambiare le cose votando.
No, non fraintendetemi: non me ne tiro fuori, anch'io ne faccio parte. Per dire, sono andato a votare anch'io (fa parte delle mie contraddizioni), ma con la coscienza di far parte di un gioco, di un'illusione. E così non cambia assolutamente niente che tu voti o non voti, è una tua scelta, per me sono rispettabili entrambe, purché si sia consapevoli di non stare operando nessuna scelta.
L'illusione è quella di essere libero, di essere un "persona", quando alla fine sei solo un consumatore, e l'unica libertà che hai è quella di scegliere la marca del prodotto, ma sei costretto a comprarlo comunque.
E "Fahreneit 451" è sempre più vicino.
Stavo pensando a quante versioni alternative della mia vita avrei potuto vivere, fin dalla scelta scolastica... dopo le medie ho preso la direzione - sbagliata - dell'Alberghiera: non era proprio il mio lavoro! Un anno dopo dal mio ritiro scolastico, in seconda, scelsi di frequentare un biennio di Assistente Fotografo presso un Centro Formazione Professionale regionale - altra scelta sbagliata, è la classica qualifica che puoi anche usare in mancanza di carta più morbida, dato che non serve assolutamente a niente essendo generalmente equiparata ad una licenza media.
Che cosa sarebbe successo della mia vita se avessi scelto di frequentare l'Istituto per Geometri (scuola che avevo visitato durante una gita scolastica orientativa)? O se avessi scelto già allora un indirizzo grafico o informatico (c'erano già nell'83 scuole superiori a indirizzo informatico?)... o numerose altre possibilità offerte da altrettanti indirizzi scolastici... allora soffrivo di una forte idiosincrasia nei confronti dell'istruzione, più tardi mi resi conto che invece lo studio era affascinante, e avrei potuto anche frequentare un liceo, poi l'università, con indirizzo letteratura o storia... Certamente ora se potessi tornare indietro di sicuro non farei l'Alberghiero, né il CFP.
Di queste "versioni alternative" ne hanno trattato anche alcuni film e purtroppo ho notizia che se ne occuperà anche l'ennesimo programma televisivo cialtrone, che il mio snobismo, fortunamente, mi impedirà di vedere, ma nell'Immensità del Tutto queste "vite alternative" esistono tutte, e sono altrettanto reali delle traiettorie esistenziali imboccate per scelta o per pigrizia o per necessità, e si chiamano anche "varianti non vissute".
Mi chiedo quante volte dovremmo rivivere la stessa vita (invece di reincarnarci in un'altra) per poter percorrere tutte le varianti che non abbiamo vissuto... e che cosa ci aspetterebbe alla fine... A tal proposito penso che sicuramente sbagli il film "Sliding Doors" in cui in una variante la protagonista muore e nell'altra no, più realistica la visione di H.G. Wells che ritroviamo nel (mediocre) remake di "The time machine", in cui il protagonista in grado di tornare indietro nel tempo, qualunque scelta faccia, vede di volta in volta disillusa la propria speranza di salvare la fidanzata: bisogna anche fare i conti con il Destino, che non si può scansare tanto facimente, qualunque vita scegliamo di vivere.
E tutto ciò è immensamente affascinante.
Che cosa sarebbe successo della mia vita se avessi scelto di frequentare l'Istituto per Geometri (scuola che avevo visitato durante una gita scolastica orientativa)? O se avessi scelto già allora un indirizzo grafico o informatico (c'erano già nell'83 scuole superiori a indirizzo informatico?)... o numerose altre possibilità offerte da altrettanti indirizzi scolastici... allora soffrivo di una forte idiosincrasia nei confronti dell'istruzione, più tardi mi resi conto che invece lo studio era affascinante, e avrei potuto anche frequentare un liceo, poi l'università, con indirizzo letteratura o storia... Certamente ora se potessi tornare indietro di sicuro non farei l'Alberghiero, né il CFP.
Di queste "versioni alternative" ne hanno trattato anche alcuni film e purtroppo ho notizia che se ne occuperà anche l'ennesimo programma televisivo cialtrone, che il mio snobismo, fortunamente, mi impedirà di vedere, ma nell'Immensità del Tutto queste "vite alternative" esistono tutte, e sono altrettanto reali delle traiettorie esistenziali imboccate per scelta o per pigrizia o per necessità, e si chiamano anche "varianti non vissute".
Mi chiedo quante volte dovremmo rivivere la stessa vita (invece di reincarnarci in un'altra) per poter percorrere tutte le varianti che non abbiamo vissuto... e che cosa ci aspetterebbe alla fine... A tal proposito penso che sicuramente sbagli il film "Sliding Doors" in cui in una variante la protagonista muore e nell'altra no, più realistica la visione di H.G. Wells che ritroviamo nel (mediocre) remake di "The time machine", in cui il protagonista in grado di tornare indietro nel tempo, qualunque scelta faccia, vede di volta in volta disillusa la propria speranza di salvare la fidanzata: bisogna anche fare i conti con il Destino, che non si può scansare tanto facimente, qualunque vita scegliamo di vivere.
E tutto ciò è immensamente affascinante.
In questo periodo dell'anno, cominciano a popolare le edicole i campioni pilota delle cosiddette "collezioni", ovvero quelle raccolte di ciarpame, imitazioni di oggetti da collezione, da raccogliere, con uscita a fascicoli settimanali. Mi son sempre chiesto come mai proprio alla fine dell'estate, all'approssimarsi dell'autunno: non è un'invenzione degli editori, perché l'interesse per le collezioni torna spesso a farsi sentire verso settembre-ottobre. Forse perché legato al ciclo naturale in cui si preparavano le scorte per l'inverno?
Fattostà che questo furoreggiare di raccolte inutili è altamente anti-abastoriano. Il termine "collezione", poi, è usato totalmente a sproposito, poiché il collezionista non compra e raccoglie una collezione bell'e pronta - formata poi di TAROCCHI, perché di fatto questo le raccolte sono: in qualche modo "falsi", cioè riproduzioni degli originali che il vero collezionista invece ricerca e raccoglie.
Si creano così dei collezionisti wanna be che con il vero collezionista non hanno nulla a che spartire: non c'è da parte del raccoglitore di fascicoli una "ricerca", un interesse, un acculturarsi, conoscere e ricercare un determinato tipo di oggetti. È invece una forma di pigrizia mentale camuffata da collezionismo, un mero "comprare" oggetti che poi non hanno alcun valore, appunto perché riproduzioni sono.
Il vero collezionista conosce, e ricerca pezzo per pezzo gli oggetti che compongono la sua collezione, per lo più provenienti da diverse fonti, usati, alcuni in buono stati altri più usurati. Oggetti che hanno non solo un proprio valore economico (a volte 0 altre volte altissimo, non fa differenza), ma soprattutto un loro valore intrinseco, formato dalla manifattura quanto dal passaggio di proprietà dell'oggetto stesso.
Prendiamo come esempio i dischi: anni fa uscirono in edicola dei 45 giri sponsorizzati da Red Ronnie, ristampe di singoli celebri degli anni '60. Si presentava così l'ennesima "collezione" bell'e pronta che, di fatto, non poteva avere né il valore né un interesse storico-culturale che ha, invece, la ricerca e la collezione dei pezzi originali. Come sempre accade in questi casi, l'oggetto venduto in edicola a fascicoli immediatamente dopo l'acquisto perde il suo valore, poiché di riproduzione si tratta, al contrario dell'originale che col tempo (se in buone-discrete condizioni, poiché purtroppo spesso accade che dischi senza copertina e da buttare finiscano venduti a cifre sproporzionate da gente che di musica non ne sa un tubo) invece ne acquista.
La collezione è affascinante: il proprietario può presentare oggetti che hanno una propria storia, un proprio vissuto, un proprio passato. E lui li conosce, li ha ricercati. La sensazione di scovare una chicca in uno scantinato o in un mercatino dell'usato, contrattarne il prezzo, toccarne con mano i difetti e i segni del tempo, è parte integrante del piacere della collezione: che storia può avere una riproduzione venduta a fascicoli in edicola? La raccolta, appunto, invece non trasmette alcunché e il proprietario che la possa vantare davanti ad amici e parenti non farà altro che la figura del mediocre. Un vero collezionista potrà anche essere uno sfigato, ma uno sfigato acculturato, non sarà mai il mediocre che invece può essere il "raccoglitore" di fascicoli settimanali.
Perciò se vi sentite attratti e determinati a formarvi una collezione, sappiate che prima di tutto si tratta di formarvi una cultura, e solo in seconda istanza sborsare del denaro per comprare gli oggetti originali che l'andranno a comporre. Oppure lasciate perdere le raccolte in edicola, non hanno nulla a che spartire con le collezioni e una volta che le avrete terminate non solo non vi trasmetteranno alcunché, ma non potrete neppure rifarvi dei soldi impegnati, perché non hanno neppure alcun valore collezionistico e dovrete neccessariamente svenderle a meno della metà di quanto le avrete pagate.
Questo naturalmente con le dovute eccezioni: nei primi anni ottanta sono uscite in edicola delle raccolte in vinile 12" contenenti brani di autori italiani altrimenti difficilmente reperibili, è infatti grazie alla raccolta "Superstar" che possiamo oggi ascoltare ad esempio le canzoni di Battiato degli anni '60 o avere raccolte interessanti di altri autori diffcilmente reperibili a prezzi decenti, come i Krisma.
Fattostà che questo furoreggiare di raccolte inutili è altamente anti-abastoriano. Il termine "collezione", poi, è usato totalmente a sproposito, poiché il collezionista non compra e raccoglie una collezione bell'e pronta - formata poi di TAROCCHI, perché di fatto questo le raccolte sono: in qualche modo "falsi", cioè riproduzioni degli originali che il vero collezionista invece ricerca e raccoglie.
Si creano così dei collezionisti wanna be che con il vero collezionista non hanno nulla a che spartire: non c'è da parte del raccoglitore di fascicoli una "ricerca", un interesse, un acculturarsi, conoscere e ricercare un determinato tipo di oggetti. È invece una forma di pigrizia mentale camuffata da collezionismo, un mero "comprare" oggetti che poi non hanno alcun valore, appunto perché riproduzioni sono.
Il vero collezionista conosce, e ricerca pezzo per pezzo gli oggetti che compongono la sua collezione, per lo più provenienti da diverse fonti, usati, alcuni in buono stati altri più usurati. Oggetti che hanno non solo un proprio valore economico (a volte 0 altre volte altissimo, non fa differenza), ma soprattutto un loro valore intrinseco, formato dalla manifattura quanto dal passaggio di proprietà dell'oggetto stesso.
Prendiamo come esempio i dischi: anni fa uscirono in edicola dei 45 giri sponsorizzati da Red Ronnie, ristampe di singoli celebri degli anni '60. Si presentava così l'ennesima "collezione" bell'e pronta che, di fatto, non poteva avere né il valore né un interesse storico-culturale che ha, invece, la ricerca e la collezione dei pezzi originali. Come sempre accade in questi casi, l'oggetto venduto in edicola a fascicoli immediatamente dopo l'acquisto perde il suo valore, poiché di riproduzione si tratta, al contrario dell'originale che col tempo (se in buone-discrete condizioni, poiché purtroppo spesso accade che dischi senza copertina e da buttare finiscano venduti a cifre sproporzionate da gente che di musica non ne sa un tubo) invece ne acquista.
La collezione è affascinante: il proprietario può presentare oggetti che hanno una propria storia, un proprio vissuto, un proprio passato. E lui li conosce, li ha ricercati. La sensazione di scovare una chicca in uno scantinato o in un mercatino dell'usato, contrattarne il prezzo, toccarne con mano i difetti e i segni del tempo, è parte integrante del piacere della collezione: che storia può avere una riproduzione venduta a fascicoli in edicola? La raccolta, appunto, invece non trasmette alcunché e il proprietario che la possa vantare davanti ad amici e parenti non farà altro che la figura del mediocre. Un vero collezionista potrà anche essere uno sfigato, ma uno sfigato acculturato, non sarà mai il mediocre che invece può essere il "raccoglitore" di fascicoli settimanali.
Perciò se vi sentite attratti e determinati a formarvi una collezione, sappiate che prima di tutto si tratta di formarvi una cultura, e solo in seconda istanza sborsare del denaro per comprare gli oggetti originali che l'andranno a comporre. Oppure lasciate perdere le raccolte in edicola, non hanno nulla a che spartire con le collezioni e una volta che le avrete terminate non solo non vi trasmetteranno alcunché, ma non potrete neppure rifarvi dei soldi impegnati, perché non hanno neppure alcun valore collezionistico e dovrete neccessariamente svenderle a meno della metà di quanto le avrete pagate.
Questo naturalmente con le dovute eccezioni: nei primi anni ottanta sono uscite in edicola delle raccolte in vinile 12" contenenti brani di autori italiani altrimenti difficilmente reperibili, è infatti grazie alla raccolta "Superstar" che possiamo oggi ascoltare ad esempio le canzoni di Battiato degli anni '60 o avere raccolte interessanti di altri autori diffcilmente reperibili a prezzi decenti, come i Krisma.
C'è stato un periodo durante il quale non ho mai molto amato la mia "città" (titolo conferito al nostro Comune dal Presidente della Repubblica Pertini), un periodo durante il quale ho sempre sognato-vagheggiato-progettato di trasferirmi in un'altra città più grossa, una città che avesse la patente ufficiale di "alternativa". Le candidate sono state in sequenza Firenze, Pordenone (ora me ne vergogno quasi) e, per ultima, Bologna. Ma in realtà non ci ho mai creduto molto, non ci ho mai creduto "abbastanza". Da un anno a questa parte, poi, ho cominciato a maturare una certa nausea per il mio continuo "cercare altrove" (cercare me stesso, altrove) e mi sono ritirato in clausura. Clausura anche condizionata dal fatto che in sto periodo non tengo 'na lira - sono disoccupato e accetto proposte di lavoro! - e che ho poca voglia di uscire e frequentare gente, al di là degli amici più stretti.
Abito a Mogliano Veneto, che qualcuno definisce Città Bambina (?), un comune non troppo piccolo (23.580 abitanti nel 1994) in provincia di Treviso, situato a metà strada tra il capoluogo della Marca e la città di Venezia. Infatti, il Principato di Mogliano Veneto, alla cui guardia si è posto l'Ordine Nero dei 10 Cavalieri del Goto De Vin*, funge da zona cuscinetto tra le due etnie - veneta e veneziana - da sempre in lotta tra loro!
Negli ultimi tempi Mogliano Veneto ha cominciato ad ingrandirsi nella mia percezione, a non essere più il piccolo paese di provincia dal quale cercavo di prendere le distanze. Ma no, io tutto sommato sono un provinciale e mi va bene così.
Scopro anche che Mogliano Veneto ospita persino una manifestazione musicale, Ombre Amplificate (non ha ancora un sito proprio, ma vabbeh, concediamoglielo: sono appena alla seconda edizione), che ha ospitato vari gruppi locali, certo non rientranti nella mia sfera di interesse (già ho una certa allergia per le esibizioni live, quando si tratta di generi musicali a me alieni, si arriva al vero e proprio rigetto), ma è già un segno di vitalità. Non ha ospitato grandissimi nomi, ma segnalo la presenza dei Lola Rent, per motivi tutt'altro che legati al loro genere musicale e alla loro creatività, personale culto mio e di un'altro abastoriano che negli ultimi tempi si è dato alla macchia (Ivan! Fatti vivo!).
Nei dintorni c'è il Marconfestival (Marcon è un'ex frazione di Mogliano Veneto, divenuto comune e passato sotto la provincia di Venezia) che, nei prossimi giorni, ospiterà Gem Boy e Skiantos (l'entrata è 2 euro! - al festival di Radio Sherwood vogliono dai 5 ai 12 euro d'entrata, fate un po' voi le proporzioni... ah, già... ma lì è un "discorso politico"... vabbeh, lasciamo perdere...), oddio, hanno avuto anche la pecca di ospitare i Marlene Kuntz (:-X), ma questo glielo perdoniamo per stavolta.
E a VE-Marghera abbiamo pure il Marghera Estate Village, che vede esibirsi pessime band (per lo più cover band di personaggi che a me già stanno sui cosidetti per conto loro), ma che offre buonissime opportunità per soddisfare le papille gustative (quebab, falafel e pizze cotte nel forno a legna).
Il Principato di Mogliano Veneto offre anche un'altra peculiarità che mi ha dato immenso piacere: un nuovo parco a un centinaio di metri dalla sede nazionale di Abastor (casa mia), ampio, tranquillo - poiché ben distante da strade trafficate - e tutto verde Abastor (ho il sospetto che abbiano dipinto l'erba filo per filo, per farmi contento!).
Ma soprattutto dotato di un tavolo da PING-PONG, sport che adoro fin da quando, in giovanissima età, andavo ad apprendere i precetti di Magister Guerrino Maculan in quel di Castelfranco Veneto, accanto al ciclismo abastoriano (ho una mountanbike degli stessi colori di questo template, giuro!) e all'air-hockey, il gioco sportivo più bello del mondo (altro che calcetto!!! come si fa a non adorarlo?)!
Il tavolo a disposizione è di marmo, scelto con la solita grandeur del Veneto arricchito che vuol far sfoggio dei propri quattrini (passatemi la polemica: ma con gli stessi soldi se ne potevano comprar quattro di tavoli normali e magari una tettoietta per ripararli dagli imprevisti atmosferici, quali, soprattutto, il vento), così abbiamo dovuto ingegnarci per adattarvi la rete normale, procurandoci due morsetti dal ferramenta.
Alle partite di ping-pong abastoriano, hanno già aderito alcuni abastoriani locali. Il più entusiasta fra tutti Erik Ursich, che nell'ultima sfida mi ha battuto in ben 4 partite su 5!
Dunque, i campionati di ping-pong abastoriani sono aperti e attendiamo fiduciosi molte altre adesioni: presto dovremmo vedere sul campo anche l'inestimabile Señor Tonto e altri prodi e valorosi abastoriani!
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* Potrebbe sembrare un'associazione neo-nazista quella che vorrebbe ritornare ai moglianesi "puri", appartenenti al "ceppo", non "inquinati" da conaminazioni veneziane o trevisane, ma l'associazione culturare "Mojan" si limita invece a prendere posizione su temi molto più pragmatici, come il rifacimento di pazza dei Caduti - che da una orrenda montagnola di cemento armato è passata all'elegante aspetto "bomboniera austriaca", cui ormai si stanno andando ad allineare un po' tutti i comuni del Triveneto.
Abito a Mogliano Veneto, che qualcuno definisce Città Bambina (?), un comune non troppo piccolo (23.580 abitanti nel 1994) in provincia di Treviso, situato a metà strada tra il capoluogo della Marca e la città di Venezia. Infatti, il Principato di Mogliano Veneto, alla cui guardia si è posto l'Ordine Nero dei 10 Cavalieri del Goto De Vin*, funge da zona cuscinetto tra le due etnie - veneta e veneziana - da sempre in lotta tra loro!
Negli ultimi tempi Mogliano Veneto ha cominciato ad ingrandirsi nella mia percezione, a non essere più il piccolo paese di provincia dal quale cercavo di prendere le distanze. Ma no, io tutto sommato sono un provinciale e mi va bene così.
Scopro anche che Mogliano Veneto ospita persino una manifestazione musicale, Ombre Amplificate (non ha ancora un sito proprio, ma vabbeh, concediamoglielo: sono appena alla seconda edizione), che ha ospitato vari gruppi locali, certo non rientranti nella mia sfera di interesse (già ho una certa allergia per le esibizioni live, quando si tratta di generi musicali a me alieni, si arriva al vero e proprio rigetto), ma è già un segno di vitalità. Non ha ospitato grandissimi nomi, ma segnalo la presenza dei Lola Rent, per motivi tutt'altro che legati al loro genere musicale e alla loro creatività, personale culto mio e di un'altro abastoriano che negli ultimi tempi si è dato alla macchia (Ivan! Fatti vivo!).
Nei dintorni c'è il Marconfestival (Marcon è un'ex frazione di Mogliano Veneto, divenuto comune e passato sotto la provincia di Venezia) che, nei prossimi giorni, ospiterà Gem Boy e Skiantos (l'entrata è 2 euro! - al festival di Radio Sherwood vogliono dai 5 ai 12 euro d'entrata, fate un po' voi le proporzioni... ah, già... ma lì è un "discorso politico"... vabbeh, lasciamo perdere...), oddio, hanno avuto anche la pecca di ospitare i Marlene Kuntz (:-X), ma questo glielo perdoniamo per stavolta.
E a VE-Marghera abbiamo pure il Marghera Estate Village, che vede esibirsi pessime band (per lo più cover band di personaggi che a me già stanno sui cosidetti per conto loro), ma che offre buonissime opportunità per soddisfare le papille gustative (quebab, falafel e pizze cotte nel forno a legna).
Il Principato di Mogliano Veneto offre anche un'altra peculiarità che mi ha dato immenso piacere: un nuovo parco a un centinaio di metri dalla sede nazionale di Abastor (casa mia), ampio, tranquillo - poiché ben distante da strade trafficate - e tutto verde Abastor (ho il sospetto che abbiano dipinto l'erba filo per filo, per farmi contento!).
Ma soprattutto dotato di un tavolo da PING-PONG, sport che adoro fin da quando, in giovanissima età, andavo ad apprendere i precetti di Magister Guerrino Maculan in quel di Castelfranco Veneto, accanto al ciclismo abastoriano (ho una mountanbike degli stessi colori di questo template, giuro!) e all'air-hockey, il gioco sportivo più bello del mondo (altro che calcetto!!! come si fa a non adorarlo?)!
Il tavolo a disposizione è di marmo, scelto con la solita grandeur del Veneto arricchito che vuol far sfoggio dei propri quattrini (passatemi la polemica: ma con gli stessi soldi se ne potevano comprar quattro di tavoli normali e magari una tettoietta per ripararli dagli imprevisti atmosferici, quali, soprattutto, il vento), così abbiamo dovuto ingegnarci per adattarvi la rete normale, procurandoci due morsetti dal ferramenta.
Alle partite di ping-pong abastoriano, hanno già aderito alcuni abastoriani locali. Il più entusiasta fra tutti Erik Ursich, che nell'ultima sfida mi ha battuto in ben 4 partite su 5!
Dunque, i campionati di ping-pong abastoriani sono aperti e attendiamo fiduciosi molte altre adesioni: presto dovremmo vedere sul campo anche l'inestimabile Señor Tonto e altri prodi e valorosi abastoriani!
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* Potrebbe sembrare un'associazione neo-nazista quella che vorrebbe ritornare ai moglianesi "puri", appartenenti al "ceppo", non "inquinati" da conaminazioni veneziane o trevisane, ma l'associazione culturare "Mojan" si limita invece a prendere posizione su temi molto più pragmatici, come il rifacimento di pazza dei Caduti - che da una orrenda montagnola di cemento armato è passata all'elegante aspetto "bomboniera austriaca", cui ormai si stanno andando ad allineare un po' tutti i comuni del Triveneto.
Le donne negli anni sessanta avevano i capelli sempre perfettamente in piega. Irrorati con così tanta lacca che non si sarebbero scomposti neppure in mezzo a un'uragano.Gli uomini negli anni sessanta, avevano i capelli impomatati, perfettamente pettinati, il mento ben sbarbato.
Le donne negli anni sessanta avevano sempre una faccia pulita ed erano tutte delle casalinghe perfette. Erano sempre intenete a stirare, fare il bucato e cucinare con il brodo star (che mettevano ovunque, pure nelle torte), con le sotilette e con il lievito pane degli angeli.
Gli uomini negli anni sessanta vestivano tutti in giacca e cravatta. Erano sempre sorridenti e cordiali. Bevevano whisky J&B e parevano tutti il ritratto del subgenio Bob, senza la pipa.
Il sogno delle donne anni sessanta era il frigorifero ariston. La lavatrice zoppas.
Il sogno degli uomini degli anni sessanta era la fiat 600.







