
La tarantola dal ventre nero (Italia/Francia 1971, regia di Paolo Cavara) sembra infatti presagire la vacuità e la mancanza di talento propria degli horror degli anni '80, riuscendo a svilire persino le interpretazioni di grandi attori quali Giannini, uno che ha sempre dimostrato di saper risollevare la sorte anche dei film più infelici. A dire il vero, il ridoppiaggio della pellicola è probabilmente il maggior responsabile di buona parte della delusione: come successo per altri film (Il rosso segno della follia, per esempio), è probabile che sia andata persa la versione originale italiana o che il doppiaggio fosse troppo rovinato o incompleto (le forbici della censura ci andavano pesante), per poterlo usare in un'edizione integrale... ma allora perché non richiamare gli attori originali a doppiarsi? Costava troppo?
Insomma, una visione sprecata? Certo che no: i begli occhioni di Claudine Auger sanno ripagarci di tutto.

Tre astronauti vengono spediti nello spazio per sette mesi a vivere in una stazione spaziale. Siccome che dopo cinque mesi danno l'aria di essere stanchi, la missione viene sospesa e i tre fatti rientrare, ma ecco che la sfiga incombe e impedisce ai retrorazzi di accendersi. Ah... nessuno sa che pesci pigliare e alla fine si decide di mandare a recuperarli un altro astronauta con l'aereo dei Thundirbirds.
Ma l'ossigeno scarseggia e i tre astronauti devono respirare a turno, finché uno non si decide ad andar fuori a suicidarsi per lasciare l'aria agli altri due. Tutto questo con continui apri e chiudi di sportelli e pressurizza e depressurizza la cabina, il che consuma sicuramente più aria di quello che può fare 1/3 dell'equipaggio. Ah, già, dimenticavo: c'è un uragano su Cape Kennedy che impedisce all'astronave di soccorso di partire... no, ecco che inaspettatamente (inaspettatamente?!) l'occhio del ciclone arriva giusto giusto sopra il razzo che deve partire appena in tempo perché l'ossigeno basti a pelo ai due astronauti superstiti rimasti nello spazio.
Ah, ma uno dei due astronauti è preda dell'isterismo, della paranoia, dell'ipocondria... ah, no, ma ci sono i russi che arrivano con una bombola d'ossigeno a portare una ventata di aria fresca (ma inquinata di idee socialiste? mmm... mi sa che i due saranno contaminati da idee bolsceviche e al loro rientro andranno depurati in una base tipo Guantanamo!)... ah, ecco che rientrano. Fiuuu...
Scenetta strappalacrime: le mogliettine e gli astronauti che parlano tra loro attraverso la radio, si dicono "ti amo" e parlano del più e del meno.
Che due marooned...
Sono da sempre affascinato dalle ucronie. Ucronia è quel genere letterario e cinematografico, che si potrebbe ascrivere alla fantascienza, anche se proprio fantascienza non è, più che altro fantapolitica, nel quale l'autore si diverte a immaginare "cosa sarebbe accaduto se...". In pratica si mette a giocare con le realtà parallele o varianti temporali, nelle quali scorrono, parallelamente alla nostra, tutte quelle possibili versioni del presente, che si sarebbero potute verificare se un determinato evento fosse andato diversamente da come è andato... e siccome tutto è relativo (e vaffanculo agli assolutismi), cioè la storia che viviamo la viviamo perché la nostra coscienza individuale o collettiva vive questa determinata realtà, quelle realtà parallele sono altrettanto reali e tangibili della nostra. Lo so, potete anche non essere d'accordo con quanto detto finora ma chissenefrega: se non accettate questo postulato, non riusciamo ad andare avanti col discorso!
A me è sempre venuto molto facile pensare alle realtà parallele, e accettarle tranquillamente come vere, al di là di possibili mode cinematografiche, forse anche perché ho una mente "informatizzata". Nell'informatica queste realtà parallele le possiamo pensare come una serie di ramificazioni che seguono ad un if e ad un else, la cui attivazione dipende dal valore di una "insignificante" variabile. Insignificante variabile, che nella storia umana ha un peso tutt'altro che insignificante, ma che può avere la dimensione di una pallottola sparata alla gola dell'Arciduca Francesco Ferdinando d'Austria o la consistenza di una bomba atomica sganciata su una città indifesa del Giappone.
L'ucronia che va per la maggiore è ovviamente quella che riguarda il nazismo: "che cosa sarebbe successo se Hitler avesse vinto la guerra?", e che trova la sua più celebre rappresentazione nel romanzo di Philip Kindred Dick dal titolo La svastica sul sole, ma che è il tema anche di un altro romanzo, del 1992 scritto da Robert Harris e da cui è tratto un film per la tv interpretato da Rutger Hauer: Fatherland. Ma nulla ci impedisce di domandarci "che cosa sarebbe successo se..." La Seconda Guerra mondiale non si fosse fermata alla sconfitta della Germania e la Russia stalinista e il successivo Patto Atlantico, si fossero dati battaglia; oppure che cosa sarebbe successo se Napoleone avesse vinto a Waterloo, se il Regno delle Due Sicilie avesse unificato l'Italia invece del regno di Sardegna (sicuramente non avremmo avuto la leva obbligatoria!), o ancora se Berlusconi avesse vinto le elezioni nel 2001 (ah, no, questo è successo per davvero...) o se, peggio, Malgioglio avesse vinto il festival di Sanremo.
Al di là del gusto per l'immaginare realtà parallele possibili, questo genere di romanzi servono più che altro da pretesto per far riflettere su un qualcosa che diamo per scontato, a cui siamo abituati perché è avvenuto ed è ormai parte della storia umana. In particolare il film di cui voglio parlare, Fatherland (produzione televisiva diretta nel 1994 da Christopher Menaul) ci vuole far riflettere sul tema dell'Olocausto* e ci propone alcuni interrogativi ai quali dobbiamo spingere la nostra personale e soggettiva ragione a cercare una risposta: il nazismo sarebbe stato in grado di nascondere l'Olocausto in caso di vittoria? O ancora: abbiamo davvero coscienza dell'enormità dell'accaduto che diamo così tranquillamente per scontato?
La storia, a dire il vero, pone anche altre questioni, e qui bisogna fare un breve riassunto della trama (attenzione che vi sparerò degli spoiler!). Siamo nella Nuova Berlino degli anni '60, dove come detto Hitler ha vinto la Seconda Guerra Mondiale, gli alleati sono stati sconfitti in Normandia e da allora la storia ha preso una direzione differente da quella che conosciamo: l'Europa tutta - Inghilterra compresa - è sotto il dominio nazista, la guerra contro la Russia comunista non è mai finita e gli Stati Uniti, ritiratisi dall'Europa hanno sconfitto però il Giappone sganciando le bombe su Hiroshima. La Nuova Berlino o "Germania", è quella voluta da Hitler e da Speer. Dopo vent'anni dalla fine del conflitto gli Stati Uniti e il Terzo Reich intendono riappacificarsi: il presidente americano, Joseph Kennedy (non ho capito se il padre o il figlio omonimo - ucciso, nella nostra linea temporale, durante la II Guerra Mondiale), va in Germania per incontrare un 75enne Adolf Hitler.
I protagonisti, l'SS-Sturmbannführer Xavier March (Rutger Hauer) e la giornalista americana Charlie Maguire (Miranda Richardson), scoprono che dietro a una serie inspiegabile di delitti e finti suicidi si nasconde un terribile segreto: lo sterminio di milioni di ebrei ad opera dei nazisti nel precedente conflitto. I due riescono a far avere documenti e fotografie al presidente degli Stati Uniti, cosicché il suo incontro con il Führer e la riappacificazione con la Germania nazista vanno a remengo. Di lì a poco il nazismo cadrà e i suoi crimini verranno a galla: come dire, prima o poi...
OK, il film è gradevole, gli effetti speciali (i monumenti disegnati da Speer realizzati attraverso delle matte) sono credibili ed è paradossale vedere un ufficiale delle SS passare sotto il poster di The Beatles (anzi "Die" Beatles), ma i troppi rallenty (uff... ma quando la finiscono con queste banalità?) e il solito finale all'americana lasciano un po' delusi. Ma, scusate il cinico realismo, secondo voi, davvero se gli Stati Uniti avessero, in un'occasione analoga, saputo di simili crimini commessi da una potenza con cui in quel momento gli convenisse stringere un patto d'alleanza, avrebbero desistito dal farlo? Certo, così come non ne hanno voluto sapere di fare affari con il Cile di Pinochet o con l'Argentina dei desaparecidos...
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A me è sempre venuto molto facile pensare alle realtà parallele, e accettarle tranquillamente come vere, al di là di possibili mode cinematografiche, forse anche perché ho una mente "informatizzata". Nell'informatica queste realtà parallele le possiamo pensare come una serie di ramificazioni che seguono ad un if e ad un else, la cui attivazione dipende dal valore di una "insignificante" variabile. Insignificante variabile, che nella storia umana ha un peso tutt'altro che insignificante, ma che può avere la dimensione di una pallottola sparata alla gola dell'Arciduca Francesco Ferdinando d'Austria o la consistenza di una bomba atomica sganciata su una città indifesa del Giappone.
L'ucronia che va per la maggiore è ovviamente quella che riguarda il nazismo: "che cosa sarebbe successo se Hitler avesse vinto la guerra?", e che trova la sua più celebre rappresentazione nel romanzo di Philip Kindred Dick dal titolo La svastica sul sole, ma che è il tema anche di un altro romanzo, del 1992 scritto da Robert Harris e da cui è tratto un film per la tv interpretato da Rutger Hauer: Fatherland. Ma nulla ci impedisce di domandarci "che cosa sarebbe successo se..." La Seconda Guerra mondiale non si fosse fermata alla sconfitta della Germania e la Russia stalinista e il successivo Patto Atlantico, si fossero dati battaglia; oppure che cosa sarebbe successo se Napoleone avesse vinto a Waterloo, se il Regno delle Due Sicilie avesse unificato l'Italia invece del regno di Sardegna (sicuramente non avremmo avuto la leva obbligatoria!), o ancora se Berlusconi avesse vinto le elezioni nel 2001 (ah, no, questo è successo per davvero...) o se, peggio, Malgioglio avesse vinto il festival di Sanremo.Al di là del gusto per l'immaginare realtà parallele possibili, questo genere di romanzi servono più che altro da pretesto per far riflettere su un qualcosa che diamo per scontato, a cui siamo abituati perché è avvenuto ed è ormai parte della storia umana. In particolare il film di cui voglio parlare, Fatherland (produzione televisiva diretta nel 1994 da Christopher Menaul) ci vuole far riflettere sul tema dell'Olocausto* e ci propone alcuni interrogativi ai quali dobbiamo spingere la nostra personale e soggettiva ragione a cercare una risposta: il nazismo sarebbe stato in grado di nascondere l'Olocausto in caso di vittoria? O ancora: abbiamo davvero coscienza dell'enormità dell'accaduto che diamo così tranquillamente per scontato?
La storia, a dire il vero, pone anche altre questioni, e qui bisogna fare un breve riassunto della trama (attenzione che vi sparerò degli spoiler!). Siamo nella Nuova Berlino degli anni '60, dove come detto Hitler ha vinto la Seconda Guerra Mondiale, gli alleati sono stati sconfitti in Normandia e da allora la storia ha preso una direzione differente da quella che conosciamo: l'Europa tutta - Inghilterra compresa - è sotto il dominio nazista, la guerra contro la Russia comunista non è mai finita e gli Stati Uniti, ritiratisi dall'Europa hanno sconfitto però il Giappone sganciando le bombe su Hiroshima. La Nuova Berlino o "Germania", è quella voluta da Hitler e da Speer. Dopo vent'anni dalla fine del conflitto gli Stati Uniti e il Terzo Reich intendono riappacificarsi: il presidente americano, Joseph Kennedy (non ho capito se il padre o il figlio omonimo - ucciso, nella nostra linea temporale, durante la II Guerra Mondiale), va in Germania per incontrare un 75enne Adolf Hitler.
I protagonisti, l'SS-Sturmbannführer Xavier March (Rutger Hauer) e la giornalista americana Charlie Maguire (Miranda Richardson), scoprono che dietro a una serie inspiegabile di delitti e finti suicidi si nasconde un terribile segreto: lo sterminio di milioni di ebrei ad opera dei nazisti nel precedente conflitto. I due riescono a far avere documenti e fotografie al presidente degli Stati Uniti, cosicché il suo incontro con il Führer e la riappacificazione con la Germania nazista vanno a remengo. Di lì a poco il nazismo cadrà e i suoi crimini verranno a galla: come dire, prima o poi...
OK, il film è gradevole, gli effetti speciali (i monumenti disegnati da Speer realizzati attraverso delle matte) sono credibili ed è paradossale vedere un ufficiale delle SS passare sotto il poster di The Beatles (anzi "Die" Beatles), ma i troppi rallenty (uff... ma quando la finiscono con queste banalità?) e il solito finale all'americana lasciano un po' delusi. Ma, scusate il cinico realismo, secondo voi, davvero se gli Stati Uniti avessero, in un'occasione analoga, saputo di simili crimini commessi da una potenza con cui in quel momento gli convenisse stringere un patto d'alleanza, avrebbero desistito dal farlo? Certo, così come non ne hanno voluto sapere di fare affari con il Cile di Pinochet o con l'Argentina dei desaparecidos...
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* Precisazione pelosa: nonostante creda nella necessita e nell'efficacia di una simile pratica (ma ritengo che sia da evitare il rischio di trasformarlo in "un rito" da celebrare, facendolo diventare l'ennesima ricorrenza banale), è un caso del tutto fortuito che mi trovi a parlare di questo nella Giornata della Memoria, occasione fornitami da due eventi che altrimenti mi porterebbero a disertare ancora a lungo il nostro oddlog: 1-Mi sono rivisto il film ieri sera, 2-Oggi, che è domenica, trovo il tempo per scriverne.
Lo so, lo so: Le vacanze intelligenti, episodio di Dove vai in vacanza?, è un vecchio film che tutti bene o male hanno visto, non è una rarità weird per cui spendere tempo e danaro in disperate ricerche per poi reperirne solamente una versione scassata, registrata nel 1982 da una televisione bergamasca in bianco e nero, in cui si distunguono a malapena poche ombre che piroettano in una cornice offuscata... Ma Le vacanze intelligenti non è un film, Le vacanze intelligenti è il film. Innanzitutto perché voglio parlare di un solo episodio di un intero film a episodi? Semplice: perché Le vacanze intelligenti è il più brillante dei tre (gli altri sono Sarò tutta per te e Sì buana), perché gli altri non se li ricorda nessuno, ma soprattutto perché Le vacanze intelligenti è ricco di oligoelementi abastoriani che fanno bene alla salute e di quell'urlo di riscossa della mediocrità in faccia alla spocchia dell'élite intellettuale (allora come oggi) dominante nei campi dell'Arte, del Cinema, della Scienza (non a caso, una tra le vittime preferite dalla satira di Sordi è proprio la classe medica, o meglio i "baroni" della medicina). Lo stesso urlo che in Fantozzi reclama finalmente la verità: "La Corazzata Potemkin è una cagata pazzesca!". Quell'urlo che ci incarna tutti, che tutti ci unisce nell'esprimere a gran voce una verità lapalissiana, ma che nessuno ha mai il coraggio di esternare per paura di essere considerato un gretto, un ignorante ottenebrato, impossibilitato a comprendere la grandisità dell'Opera.
Ora, ovviamente, non è La Corazzata Potemkin a essere neccessariamente una porcheria. Non è questo il punto. Tanto più che oggi la posizione di certa critica intellettualoide si è ribaltata e varrebbe l'urlo contrario, cioè che "Spiderman è una cagata pazzesca". Ancora una volta non è Spiderman il punto focale della questione, ma come si debba ogni volta accogliere esultanti qualsiasi cagata infarcita di CGI venga partorita da quella mignotta sempre incinta di padri anonimi d'oltre oceano che è Hollywood. Il punto, dicevo, è come si sia costretti ad apprezzare certe cose per partito preso, perché di moda, o perché "fa", perché se ti vesti in una certa maniera, frequenti un certo giro di persone, non puoi fare a meno di apprezzare determinate cose (vizio, ahimè, diffuso in tutti gli ambienti questo, non soltanto in quello snob-cinematografico... che noia).
Tanto in Fantozzi quanto nei film di Sordi, non si salva nessuno alla fin fine: non si salvano i baroni, come non si salvano i mediocri. Poiché, per quanto si ribelli, il mediocre verrà sempre sconfitto: è nella sua natura perdere, così come il popolo alla fine perde la Rivoluzione Francese, così come i contadini perdono la Rivoluzione Russa. Ma è il suo gesto di ribellione che rimarrà nella storia.
Le vacanze intelligenti fotografa in maniera precisa e intelligente un certo ambiente che, passati i decenni, continua a riproporsi con leggere, eterne varianti: quello della famiglia di origini umili (i "fruttaroli" in questo caso), con il sogno di avere "il figlio dottore". Un sogno che quando si realizza, per la legge del contrappasso (è il desiderio mediocre per definizione, ma non di cultura, bensì di denaro, posizione sociale, oggetto di cui fare vanto), non porta alcuna felicità, poiché tale figlio dottore, non può che essere il tipico parvenu spocchioso ed arrogante, che umilia i propri genitori vergognandosi della loro modestia.
In Le vacanze intelligenti questa categoria di "figli dottori" c'è tutta: c'è non solo il "figlio dottore" nel vero senso della parola, cioè medico o aspirante tale; ma c'è anche la figlia artista - frequenta l'Accademia di Belle Arti - e lesbica - non è esplicita, ma la cosa è palesata dal rapporto con l'amica che riarreda casa - e la figlia alternativo-fricchettona-figa-e-pure-un-po'-zoccola, che si vergnogna delle sue origini al punto di parlare solo inglese, vestire da indiana e ribatezzarsi con un appellativo esotico per evitare il proletario nome di Pasqualina. Cambiando epoca, personaggi e ambienti, il rislutanto non cambia e i prototipi rimangono validi e applicabili anche oggigiorno.
I genitori, invece, sono la tipica coppia di borgatari romani, privi della ben che minima educazione raffinata e improntata al gusto del bello... nel senso: è gente semplice che non può (e perché dovrebbe?) comprendere certe devianze artistiche moderne, che non hanno nessun senso se non quello di ostentazione onanistica di chi le ha create, che nessuno capisce, ma che nessuno ha il coraggio di ammettere di non capire. La loro casa ne rispecchia in pieno la personalità: i centrini, i soprammobili, la Madonnina in camera da letto, la gondola di Venezia di plastica... sono tutti quegli oggetti irrinunciabili presenti in ogni casa che si rispetti, oggetti che distinguono la Donna Felicita e il suo fascino decadente. Casa che nella sua mediocrità esprime anche una certa armonia, un senso di perfetto equilibrio che sta per essere stravolto dall'avvento dei barbari: i figli che con la loro spocchia intellettualoide-artistoide impongono una modernità ancora più brutta e priva di quella mediocre armonia che invece ha l'arredamento dei genitori fruttaroli e ignoranti, ma, proprio per questo immensamente più veri dei figli boriosi.
Ecco: tutto si concretizza nelle vacanze estive, quando i genitori chiudono bottega e vanno al mare... no, quest'anno viene loro imposto di cambiare, di uscire dalla monotonia, dalla mediocrità, e vivere delle vacanze alternative: andare alle terme, fare la dieta, frequentare concerti di musica concreta, visitare la Biennale D'Arte di Venezia... farsi una cultura, insomma, soddisfare lo spirito e non la panza. Ma la cura si rivela peggiore del male, perché i due vengono spinti a frequentare ristoranti snob dove la nobilità decaduta pasteggia a olive e crudité, ad ascoltare un concerto di musica contemporanea dove gli orchestranti pare stiano accordando gli strumenti, a visitare una Biennale d'Arte che, già allora, sprofondava nella più totale e incontrollata demenza. Questa dieta intellettuale, peggiore di quella dimagrante cui li costringe il figlio medico, strema i due fruttaroli, che, esausti - nonché umiliati dalla figlia frichettona e stronza che a Venezia li evita, vergognandosene -, finiranno per vendicarsi, mangiando "facioli e sarccice".
Tuttavia, come si diceva, il mediocre non può vincere: infatti, i due fruttaroli, ritornati a casa, la ritroveranno stravolta dalla fredda rivoluzione formale attuata dall'amica arredatrice della figlia Romolina: i mobili sono spariti, al posto della Madonnina un punto interrogativo... "Pare di stare alla Biennale", riassume con stupore interdetto mamma Augusta (una prodigiosa Anna Longhi). Già. Con la tipica superficialità del parvenu il "figlio dottore" crede di riscattare la propria mediocrità attraverso l'ostentazione di oggetti e frequentazioni "in", dimostrando non solo di non aver superato in alcun modo tale mediocrità, ma di avervi aggiunto la spocchia del figlio di fruttaroli che ha studiato e crede di avere in mano la Verità assoluta della cultura, della scienza, dell'arte e del gusto.
E allora evviva il bicchierino di Vov servito sul centrino da mamma Augusta, se questo serve a renderci coscienti della nostra mediocrità, anziché travestirla dello snobismo intellettualoide del parvenu arrogante, che oltre a mediocrità esprime menzogna e superficialità.
Ciò che oggi può sembrare fantasia domani sarà senza dubbio realtà. Questo è un racconto del futuro.
Qui non esistono più nazioni o continenti, ma solo umanità, l’umanità e le sue colonie sparse nell’universo.
Con una velocità oggi inimmaginabile, le astronavi percorrono la nostra via lattea. Sono pilotate da superuomini addestrati a combattere senza esclusione di colpi.
Una di queste astronavi è l’Orion. L’Orion fa parte di un gigantesco sistema di sicurezza che serve a proteggere la Terra dalle invasioni dell’universo.
Accompagniamo dunque l’Orion e i suoi occupanti nel loro giro di pattuglia all’orlo dell’infinito.
OK. Siamo tutti d’accordo (vero?!) sulla maestosa forza di seduzione di serie di fantascienza come Star Trek, Spazio 1999, UFO, Kronos (The Time Tunnel), Doctor Who, Zaffiro e Acciaio, Il Prigioniero, A come Andromeda, Quatermas Conclusion, e via elencando. Ma ci sono altri universi paralleli ancora da scoprire, che hanno avuto un triste destino distributivo e sono stati ingiustamente snobbati dalle scelte di acquisto della Rai che, per non si sa bene quale oscuro motivo, compra e trasmette sempre le serie brandelli: del Doctor Who ne furono acquistati e trasmessi solo 7 episodi, di Star Trek – Deep Space Nine e Star Trek – Voyager soltanto le prime stagioni, di Star Maidens o di Lost in Space neanche l’ombra.
Tra questi ci sono Le avventure dell’astronave Orion, trasmessa in Italia nel ’72 dalla TV Svizzera e nel ’74, soltanto quattro episodi, dalla Rai, e mai più riprogrammata. Recentemente edita in un cofanetto di 3 DVD in italiano, facilmente reperibile nei mailorder in rete, Le avventure dell’astronave Orion è una serie di fantascienza tedesca degli anni Sessanta, a quanto pare la più costosa di tutta la televisione teutonica, ambientata nell’anno 3000, e messa in onda per la prima volta in Germania, nel 1966, proprio nella stessa settimana in cui negli Stati Uniti veniva messa in onda Star Trek.
Molte cose ha in comune con la serie che vede il capitano Kirk e il signor Spock sfrecciare per la galassia a bordo dell’Enterprise, ma al contempo anche degli aspetti radicalmente opposti. Innanzitutto Le avventure dell’astronave Orion è stata girata in bianco e nero, cosa che ha tagliato fuori la serie dal mercato americano. L’aspetto dell’astronave, a forma di classico disco volante, è ancor più futuristica rispetto a quello dell’Enterprise: gli arredamenti al suo interno lasciano stupidi, tal volta interdetti. L’intero ponte di comando è costruito con un materiale plastico molto duttile, non ci sono praticamente sedie e per la realizzazione dei comandi e di svariati oggetti presenti nell’astronave, è stato utilizzato materiale di design: non solo le sedie, ma per le manopole di manovra sono stati adoperati per lo più avanzati rubinetti e nel bel mezzo della console figura un bel… ferro da stiro!
Questo vi può solo suggerire lontanamente che cosa potete aspettarvi da un simile telefilm di fantascienza, girato con un gusto tutto tedesco, dove si balla musica lounge muovendosi come i Kraftwerk in una base sottomarina, la cui cupola lascia intravedere enormi pesci tropicali: ripresi in un acquario, sono stati aggiunti allo sfondo, rendendo il tutto particolarmente surreale. Uno spettacolo che lascia a bocca aperta, chi ama la fantascienza retro, la musica lounge e i reggiseni a punta!
orionspace.de
Raumpatrouille - Producer's Cut
Le avventure dell'astronave Orion
Delos 28: L'astronave Orion
SPACE PATROL ORION: synopsis
Qui non esistono più nazioni o continenti, ma solo umanità, l’umanità e le sue colonie sparse nell’universo.
Con una velocità oggi inimmaginabile, le astronavi percorrono la nostra via lattea. Sono pilotate da superuomini addestrati a combattere senza esclusione di colpi.
Una di queste astronavi è l’Orion. L’Orion fa parte di un gigantesco sistema di sicurezza che serve a proteggere la Terra dalle invasioni dell’universo.
Accompagniamo dunque l’Orion e i suoi occupanti nel loro giro di pattuglia all’orlo dell’infinito.
OK. Siamo tutti d’accordo (vero?!) sulla maestosa forza di seduzione di serie di fantascienza come Star Trek, Spazio 1999, UFO, Kronos (The Time Tunnel), Doctor Who, Zaffiro e Acciaio, Il Prigioniero, A come Andromeda, Quatermas Conclusion, e via elencando. Ma ci sono altri universi paralleli ancora da scoprire, che hanno avuto un triste destino distributivo e sono stati ingiustamente snobbati dalle scelte di acquisto della Rai che, per non si sa bene quale oscuro motivo, compra e trasmette sempre le serie brandelli: del Doctor Who ne furono acquistati e trasmessi solo 7 episodi, di Star Trek – Deep Space Nine e Star Trek – Voyager soltanto le prime stagioni, di Star Maidens o di Lost in Space neanche l’ombra. Tra questi ci sono Le avventure dell’astronave Orion, trasmessa in Italia nel ’72 dalla TV Svizzera e nel ’74, soltanto quattro episodi, dalla Rai, e mai più riprogrammata. Recentemente edita in un cofanetto di 3 DVD in italiano, facilmente reperibile nei mailorder in rete, Le avventure dell’astronave Orion è una serie di fantascienza tedesca degli anni Sessanta, a quanto pare la più costosa di tutta la televisione teutonica, ambientata nell’anno 3000, e messa in onda per la prima volta in Germania, nel 1966, proprio nella stessa settimana in cui negli Stati Uniti veniva messa in onda Star Trek.
Molte cose ha in comune con la serie che vede il capitano Kirk e il signor Spock sfrecciare per la galassia a bordo dell’Enterprise, ma al contempo anche degli aspetti radicalmente opposti. Innanzitutto Le avventure dell’astronave Orion è stata girata in bianco e nero, cosa che ha tagliato fuori la serie dal mercato americano. L’aspetto dell’astronave, a forma di classico disco volante, è ancor più futuristica rispetto a quello dell’Enterprise: gli arredamenti al suo interno lasciano stupidi, tal volta interdetti. L’intero ponte di comando è costruito con un materiale plastico molto duttile, non ci sono praticamente sedie e per la realizzazione dei comandi e di svariati oggetti presenti nell’astronave, è stato utilizzato materiale di design: non solo le sedie, ma per le manopole di manovra sono stati adoperati per lo più avanzati rubinetti e nel bel mezzo della console figura un bel… ferro da stiro! Questo vi può solo suggerire lontanamente che cosa potete aspettarvi da un simile telefilm di fantascienza, girato con un gusto tutto tedesco, dove si balla musica lounge muovendosi come i Kraftwerk in una base sottomarina, la cui cupola lascia intravedere enormi pesci tropicali: ripresi in un acquario, sono stati aggiunti allo sfondo, rendendo il tutto particolarmente surreale. Uno spettacolo che lascia a bocca aperta, chi ama la fantascienza retro, la musica lounge e i reggiseni a punta!
orionspace.de
Raumpatrouille - Producer's Cut
Le avventure dell'astronave Orion
Delos 28: L'astronave Orion
SPACE PATROL ORION: synopsis
Se credete davvero che l'11 settembre 2001 un paio di aerei di linea siano precipitati sulle Twin Towers, facendole crollare, dirottati da dei terroristi armati di taglierino e contemporaneamente sul Pentagono sia caduto un altro Boeing - così come potreste credere che a uccidere John Fitzgerald Kennedy sia stato Lee Harvey Oswald, che ad incendiare il Reichstag siano stati davvero i "comunisti", che Babbo Natale esista veramente e che Gesù sia stato partorito da una donna vergine - beh, non so che dirvi: tenetevi le vostre favole e continuate a campare felici e contenti. Se invece avete anche solo il minimo dubbio che tutto questo non sia esattamente la verità, allora posso consigliarvi la visione del film "9/11 in Plane Site", dove se già avevate intuito che "l'avessero fatto", qui vi sarà proposta una serie di ipotesi su come probabilmente sia stato fatto.Devo essere sincero: io all'inizio avevo bevuto la storia che le Twin Towers fossero davvero crollate in seguito all'incendio provocato dall'impatto con gli aerei di linea, anche se a ben pensarci tutto ciò, in effetti, è un filino irragionevole, ma ho sempre pensato che se li fossero tirati addosso gli stessi "americani"* e che non esista né sia mai esistito alcun reale pericolo terrorismo islamico, che sia, cioè, tutta una montatura bella e buona finalizzata a giustificare aggressioni militari da parte dell'Occidente nei confronti di stati sovrani del Medio Oriente o restrizioni della privacy e delle libertà personali nei nostri paesi. Bene, ora proviamo per un attimo a dare per certo, contrariamente a quello cui ci hanno abituato i media, che sia stato lo stesso "governo occulto americano" a pianificare e realizzare gli attentati dell'11 settembre: qualsiasi giustificazione per la paura fomentata in seguito nei confronti di supposti terroristi mussulmani capeggiati da un (ex?) agente della CIA (Osama Bin Laden), verrebbe totalmente a cadere.
No, queste non sono "teorie" della cospirazione, ma legittimi sospetti e "9/11 in Plane Site" vi dimostrerà perché: "teorie" della cospirazione sono semmai quelle che Osama Bin Laden sia responsabile degli attentati dell'11 settembre, che i talebani dessero ospitalità ad Al Qaeda, che Saddam nascondesse armi di sterminio di massa, dato che non è mai stata fornita nessuna prova di ciò.
Il sito ufficiale: In Plane Site (by Dave vonKleist and William Lewis)
In Italia "9/11 in Plane Site" è distribuito da Home - Nexus Italia Magazine
Lo si può acquistare anche presso: Il Nuovo Mondo edizioni
Ho poi scoperto che esistono tanti altri documentari che tentano in qualche modo di portare a galla la verità sugli attentati dell'11 settembre: TV News LIES! (powered by CubeCart)
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* Intesi nel senso di governanti, o meglio di governanti occulti, "stato nello stato", cioè chi ha veramente il potere in Occidente - o ci illudiamo ancora che siano davvero i politici a comandare? Permettetemi una risata sarcastica...
Vi devo confessare di essere diventato un fan della serie Monk. Adrian Monk (Tony Shalhoub) è un detective americano, pieno di manie, fobie, inibizioni, nevrosi. Egli era un poliziotto, ma dopo la morte della moglie a causa di un attentato, si è chiuso in casa per 3 anni e ne è uscito soltanto grazie all'intervento dell'infermiera Sharona Fleming (Bitty Schram), che ora ne è divenuta l'assistente e lo segue dappertutto. Senza di lei non potrebbe vivere (ma non c'è alcuna relazione di alcun genere tra i due), perché Monk è afflitto, come si diceva, da una lunga serie di fobie e di manie che lo rendono molto isolato (non può tollerare alcun tipo di contatto con nessun essere umano, anzi, vivente, e perfino la stretta di mano è seguita da accurata pulizia con salviette igienizzanti). Ora Monk lavora come detective privato, poiché non può più esercitare nel corpo della polizia, ma viene da loro interpellato come consigliere, poiché Monk è dotato di un eccezionale intuito e riesce a risolvere i casi apparentemente più intricati in un battibaleno. Già, perché Monk è un intuitivo, ma è anche rigorosamente metodico, e come tutte le persone metodiche che sconfinano nel genio, deve sopportare i lati negativi che tale talento porta con sé: Monk, infatti, ha la mania per l'ordine più assoluto, gli oggetti devono essere perfettamente allineati e nella sua casa vige la pulizia più attenta. Ma Monk, da persona chiusa e nevrotica, è anche un inguaribile romantico: non ha superato ancora la morte della moglie dopo 6 anni dalla sua scomparsa e spesso particolari apparentemente insignificanti della sua vita, rimandano alla felice unione tra i due: ad esempio tutti i mobili della sua casa seguono un perfetto allineamento, eccetto per il tavolino del soggiorno, che sua moglie spostava per appoggiarvi le gambe e far accoccolare Monk sul suo grembo (vi garantisco che questa cosa è stata in grado di commuovermi).La serie, di cui sta andando attualmente la seconda stagione su Rete4, il giovedì in prima serata, merita di essere seguita, oltre perché estremamente divertente, anche perché infarcita di sottili citazioni che solo l'occhio del cinefilo più attento può cogliere, naturalmente rivisitate secondo il personalissimo stile di Adrian Monk! Per esempio capita che Monk debba disattivare una bomba e decidere, come da la lunga tradizione dei film d'azione americani, se tagliare il "filo blu" o il "filo rosso"... si decide per il blu... no, per il rosso... no, per il blu... alla fine li taglia entrambi, tanto, come ci insegna il cinema statunitense, qualunque filo si tagli sarà sempre quello giusto! Ancora cogliamo un riferimento a "Christine, la macchina infernale", nel contachilometri dell'auto di Sharona che segna esattamente 99999 miglia (e Monk decide di portarla a 100000 andando ripetutamente avanti e indietro con la macchina). E così via, ogni appassionato di cinema che si rispetti saprà cogliere i vari riferimenti sparpagliati per ogni episodio della serie.
Infine, proprio grazie al suo disagio esistenziale, Monk è un personaggio in cui riconoscersi: ognuno di noi ha le sue piccole o grandi manie, e chi poi non si riconosce nel suo isolamento, nel suo chiudersi a riccio, nel suo voler evitare il contatto con le altre persone, nella sua perenne indecisione, nel fare le cose seguendo sempre un determinato preciso ordine? L'estremizzazione di queste caratteristiche umane raccolte ed espanse in Monk serve anche per esorcizzare le nostre, per non viverle più in maniera colpevole, ma facendocene diventare quasi orgogliosi, sicuramente coscienti, e forse un passetto in più verso una maggiore comprensione di noi stessi e dei meccanismi della nostra mente ce lo fa fare.
Tony Shalhoud ha vinto pure lo Screen Actors Guild Awards per la migliore interpretazione in Monk, solo... mi lascia perplesso sapere che Sharona Fleming lo abbandonerà, probabilmente nella terza stagione, per ritornare in New Jersey dall'ex-marito, e sarà sostituita da Natalie Teeger (Traylor Howard): com'è possibile che Adrian Monk si adatti ad accettare un'altra persona nella propria esistenza?
USA Network | Monk
Adrian Monk
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Samsara è un bel film che guarda con coraggioso disincanto alla religione buddista. Non viene data qui la solita visione, un po' ingenua, che l'Occidente ha solitamente della religione del Gautama Budda, dove si celebra la spiritualità e il distacco totale dei lama tibetani dal mondo materiale, qui, anzi si va proprio a toccare quel tasto dolente, ponendovi il dubbio: e se fosse proprio la vita materiale vissuta da Siddhartha Gautama prima di diventare un illuminato, ad averlo portato all'illuminazione? Il dubbio ha un potenziale distruttivo enorme, nei confronti di una filosofia religiosa, interamente basata sulla rinuncia verso il mondo materiale! Tuttavia, la mancanza di un rigido dogmatismo, come invece avviene in Occidente, permette al monaco Tashi (Shawn Ku) di gettare l'abito, immergersi nel fiume Leto e andare incontro alla donna della quale si è innamorato, ponendo in essere quella neccessità di vivere la carne, che viene negata ai religiosi fin dalla loro infanzia, votati a inseguire il Nirvana, ovvero il definitivo distacco dalla ruota delle incarnazioni. Spesso questo tipo di filosofia, invero molto più sensata di una assurda cosmogonia "terrorista" incentrata su Inferni e Paradisi, infatti, nella sua tensione alla "salvezza" non ha molto di diverso da tutte le altre religioni, che spingono l'individuo al desiderio (altrettanto egoistico quanto qualsiasi desiderio materiale) del "salvarsi l'anima", quindi ben poco tese alla sua reale evoluzione spirituale.Tashi, è infatti un monaco buddista che vive in un monastero sperduto tra i monti del Tibet, è appena uscito da una grotta, nella quale si era ritirato per tre anni, durante i quali non ha letteralmente mosso un dito e perciò gli viene conferita una particolare onoreficienza, che fa di lui un autentico asceta, prossimo a staccarsi dalla ruota delle incarnazioni. Tornato al monastero, comincia ad avere ripetuti "wet dream", fin quando non incontra la bella Pema (Christy Chung) per la quale abbandona l'Ordine, si fa contadino, la sposa e assieme hanno un figlio. La sua vita sembrerebbe destinata a volgere normalmente (e felicemente) se dopo qualche anno, il suo maestro non morisse, lasciando le sue ultime parole per l'antico discepolo. Ecco allora che in Tashi, non prima di essersi tolto uno sfizietto con una bella e giovane indiana che lavora stagionalmente nella sua piantagione di riso, torna ad insinuarsi il dubbio e, deciso ad abbandonare la famiglia, indossa nuovamente l'abito monacale e si dirige al monastero. Però la moglie prima di lasciarlo andare, lo ammonisce, ricordando che accanto alla figura del Budda c'era anche quella della di lui moglie Yasodhara, altrettanto evoluta spiritualmente e che prima di lui aveva preso coscienza delle sofferenze del mondo, e il cui abbandono del marito per una vita ascetica ha causato enorme sofferenza. Questo genera nel monaco l'ennesima (e forse la prima e vera) crisi che getta Tashi nella disperazione: stato d'animo però che può rappresenta un potenziale primo innesco, una spinta in avanti verso la futura l'illuminazione del monaco.
Splendida pellicola, produzione europea, diretta e interpretata tuttavia da artisti tibetani, che a mio avviso serve a muovere alcuni interessanti dubbi in seno alle più disparate dottrine spirituali ascetiche e a ricordare che non c'è una "via" eletta, ma ce ne sono molte, e tutte, compresa la via dell'Unione Carnale, sono parimenti importanti e sacre: quale più grande sacralità esiste, infatti, dell'unione - fisica e spirituale - tra uomo e donna? Questa è la nuova e più potente religiosità alla quale ritengo dobbiamo aprire il cuore d'ora in avanti, smettendola di esaltare fanaticamente sacrifici, rinunce e castità, in favore di una religiosità viva, carnale, al contatto con la natura e che tenda ad equilibrare energie maschili e femminili attraverso la loro unione e sintesi.
La pellicola mischia infatti, con la massima disinvoltura e con la più alta capacità cinematografica, Sessualità e Spiritualità, facendo confluire l'una nell'altra. È terribile pensare quanto la nostra cultura tenda a vedere Sessualità e Spiritualità come due cose separate e spesso contrapposte, negazione l'una dell'altra. Non c'è visione più falsata della realtà, in quanto l'una non può invece esistere senza l'altra, essendo complementari, come l'uomo alla donna, la notte al giorno, il sole alla luna. Ed è proprio la materia che serve allo spirito per evolversi, così come senza il male, non potrebbe esistere il bene...
SAMSARA (il sito ufficiale)
Recensione di Consapevolezza.it
Recensione di FilmUP
Recensione di Vernon Film Society (in inglese)
La scheda dell'IMDB
"Half Life" è un meraviglioso documentario australiano del 1985 (che è stato trasmesso stanotte da Ghezzi su Raitre) girato da Dennis O'Rourke, che si occupa di fa luce su una delle tante, documentate, malefatte statunitensi del Dopoguerra.
Ci troviamo nell'arcipelago delle isole Mashall, affidato in custodia dall'ONU agli USA dopo che questi l'avevano vinto ai giapponesi durante la partita di Risiko più nota come II Guerra Mondiale, e durante la quale già avevano avuto modo di sperimentare sulla popolazione civile giapponese gli effetti di un paio di atomiche. Si sa: la storia la scrivono sempre i vincitori, ma il Dopoguerra?
Gli Stati Uniti hanno così approfittato del loro potere provvisorio (le isole Marshall divennero indipendenti proprio a metà anni '80) su questi splendidi paradisi tropicali in mezzo all'Oceano Pacifico, per farne territorio di esperimenti atomici: l'atollo di Bikini fu notoriamente usato per testare un'atomica prima, la bomba H dopo. Peccato che l'esercito statunitense si guardò bene dall'evaquare gli isolotti vicini prima, durante o dopo il secondo esperimento, cosicché il fall-out atomico ricadde sugli isolani, con immaginabili devastanti conseguenze che si trascinano tutt'oggi (le isole sono state abbandonate dai loro abitanti negli ultimi vent'anni), pur sapendo benissimo che il vento avrebbe portato lì le radiazioni dell'esplosione, facendone in pratica le cavie umane dei loro esperimenti.
In questo documentario si dimostra infatti come gli stati maggiori dell'esercito sapessero benissimo che il fall-out dell'esplosione sarebbe ricaduto sulle isole abitate e nonostante ciò non venne fatto alcunché per evaquare gli abitanti che vi si trovavano anche dopo l'esplosione della bomba, benché navi della marina statunitense vi si trovassero nelle vicinanze.
Cercatevi sto film e guardatevelo bene, tanto per capire in che mani siamo.
culturebase.net | The international artist database | Dennis O'Rourke
CameraWork - Dennis O'Rourke
CameraWork - HALF LIFE - A PARABLE FOR THE NUCLEAR AGE
Half-Life: A Parable for the Nuclear Age
Ci troviamo nell'arcipelago delle isole Mashall, affidato in custodia dall'ONU agli USA dopo che questi l'avevano vinto ai giapponesi durante la partita di Risiko più nota come II Guerra Mondiale, e durante la quale già avevano avuto modo di sperimentare sulla popolazione civile giapponese gli effetti di un paio di atomiche. Si sa: la storia la scrivono sempre i vincitori, ma il Dopoguerra?
Gli Stati Uniti hanno così approfittato del loro potere provvisorio (le isole Marshall divennero indipendenti proprio a metà anni '80) su questi splendidi paradisi tropicali in mezzo all'Oceano Pacifico, per farne territorio di esperimenti atomici: l'atollo di Bikini fu notoriamente usato per testare un'atomica prima, la bomba H dopo. Peccato che l'esercito statunitense si guardò bene dall'evaquare gli isolotti vicini prima, durante o dopo il secondo esperimento, cosicché il fall-out atomico ricadde sugli isolani, con immaginabili devastanti conseguenze che si trascinano tutt'oggi (le isole sono state abbandonate dai loro abitanti negli ultimi vent'anni), pur sapendo benissimo che il vento avrebbe portato lì le radiazioni dell'esplosione, facendone in pratica le cavie umane dei loro esperimenti.
In questo documentario si dimostra infatti come gli stati maggiori dell'esercito sapessero benissimo che il fall-out dell'esplosione sarebbe ricaduto sulle isole abitate e nonostante ciò non venne fatto alcunché per evaquare gli abitanti che vi si trovavano anche dopo l'esplosione della bomba, benché navi della marina statunitense vi si trovassero nelle vicinanze.
Cercatevi sto film e guardatevelo bene, tanto per capire in che mani siamo.
culturebase.net | The international artist database | Dennis O'Rourke
CameraWork - Dennis O'Rourke
CameraWork - HALF LIFE - A PARABLE FOR THE NUCLEAR AGE
Half-Life: A Parable for the Nuclear Age
Saltando a pie' pari la facile retorica delle commemorazioni (perdonate ma non le amo molto), vorrei soltanto ricordare brevemente che la scorsa settimana le tv nazionali ci hanno regalato una bella serie di piccoli tesori tratti dalla filmografia di Alberto Sordi. Ho potuto vedere così finalmente alcune pellicole che non avevo ancora avuto modo di gustare. Tra queste "Il moralista", azzeccatissima satira di costume che ritrae la figura del castigatore di costume come un ipocrita morbosamente sedotto da ciò che cerca di reprimere: spettacolini lascivi (ovvero quei deliziosi strip-tease grottesque che oggi ci sogniamo, abituati a spettacoli ben più spinti e privi del minimo gusto) e donnine allegre. Nel cast anche una memorabile Franca Valeri, solitamente "signorinetta snob" pronta a snocciolare perle di saggezza (purtroppo, qui, non anche di "acidità" come nel suo sommo capolavoro che non mi stancherò mai di ricordare "Parigi o cara" - prima o poi dovrò fare un post anche su di esso) in idioma anglosassone in un'Italia allora ancora molto legata alla Francia e quindi con istruzione linguistica base, di francese (se pensate a come i nostri genitori o nonni pronunciassero tutto alla francese, con la stessa disinvoltura con cui oggi si pronuncia tutto all'inglese - "Craftuerc", per dirne una).Ma è "Lo Scapolo" ad avermi maggiormente deliziato. Diretto nel 1955 da Antonio Pietrangeli, è una gustosa commedia che, come si può facilmente prevedere, alla fine condurrà il più impenitente degli scapoli a portare all'altare la donna che lo ha sempre amato segretamente. Anche qui viene ritratta un'Italia un po' retro, l'Italia del latin lover, del donnaiolo con occhiale da sole démodè e capello impomatato, con l'agendina sempre piena di numeri di telefono di donnine allegre e frequentatore di localini esclusivi dove si esibivano complessi di mambo e di cha-cha-cha. Un mondo diviso nettamente in due da una cortina di fiori d'arancio: il mondo degli scapoli e il mondo degli ammogliati, senza vie di mezzo se non per pochi rarissimi eletti (Fausto Coppi e la sua "Dama Bianca", per fare un esempio noto), comunque tacciati come sommi peccatori meritori della più crudele punizione eterna. Scapoli in ogni caso anche grandemente spacconi: una buona parte delle avventure galanti millantate dal ragionier Anselmi è solo il frutto della sua fantasia.
Una volta che il suo compagno di appartamento, scapolo e donnaiolo come lui, si sposa, però, Paolo Anselmi è costretto a trasferirsi in una squallida pensioncina (l'arredamento è qualcosa di allucinante, sa di "vecchio" e ammuffito e il povero Anselmi finirà per subire le avances da parte della matura proprietaria), qui incontra e intrattiene una relazione con la hostess Gabriella (una giovanissima Sandra Milo), che vorrebbe legarsi a lui, ma egli, in nome della "libertà" sommo bene inalienabile per il vero maschio, la lascia. A poco a poco, però, Anselmi vede la sua vita attanagliata dalla solitudine e dal senso di abbandono e comincia a farsi strada in lui l'idea di prender moglie. La scelta della candidata non è però delle più facili, le belle signorine che conosce e frequenta nella vita di tutti i giorni, fanno affiorare difetti intollerabili, ed egli non si accorge che la felicità sta a portata di mano: la graziosa Carla (Madeleine Fisher), proprietaria assieme al padre di un negozio di elettrodomestici, è da sempre segretamente innamorata di lui.
Tuttavia, nonostante i molti fraintendimenti e orgogli feriti, alla fine, l'amore trionferà.Del lungometraggio è bello soprattutto notare come i tempi siano radicalmente cambiati e come tutto cinquant'anni fa fosse molto più candido e ingenuo: oggigiorno se da un lato la sessualità e i rapporti di coppia vengono vissuti in modo, fortunatamente, molto più rilassato e le relazioni non devono essere più essere così "definitive" e anteporre il permesso clericale o legislativo, si cerca anche spesso di illudersi a che i sentimenti possano essere tranquillamente accantonati per vivere con più disinvoltura i rapporti con l'altro sesso.
Dal film, emerge inoltre una realtà molto lounge, quella dei localini dove scapoli e donnine compiacenti andavano per conoscersi attraverso telefonate tra un tavolo e l'altro o di night dove si esibivano (e qui scusate, ma un sospiro di invidiosa rassegnazione me lo lascio sfuggire) i grossi nomi delle orchestre internazionali di allora: possiamo infatti ammirare il complesso di Xavier Cugat e Alberto Sordi ballare un cha-cha-cha con la bella moglie di questi, Abe Lane, che proprio nell'anno in cui venne girato il film, conducevano una loro trasmissione televisiva sull'allora unico canale nazionale: "Casa Cugat". E se oggi la parola "orchestra" fa pensare per lo più o alla musica classica o alle orchestrine liscio che si esibiscono nelle sagre, allora aveva un significato ben più seducente e cool: definiva infatti i combo che sprigionavano quella melodia dolce e onirica, che oggi viene chiamata easy listening.
Affascinante.





