Avrete notato l'auto sospensione di Abastor Daily tra agosto e settembre e il suo ritorno con vecchio layout ma ripulito e modificato nella sua struttura... Nulla di ecclatante, per carità. Non è successo nulla di grave, neppure. Semplicemente mi sono rotto.
Di che cosa mi sono rotto? Di Internet, o meglio dell'Internet "comunitario", dell'Internet "sociale", dell'Internet che permette a tutti di dire la loro opinione, soprattutto quando non c'è niente da dire. In altre parole dei social network e di questa pseudo-democrazia virtuale.
Sì, di Facebook, MySpace, YouTube e compagnia ciarlante, ma anche dei commentini nei blog, delle stellette qua e là, dei pollici alzati e pollici versi, del "mi piace"/"non mi piace"... Mi sono rotto dell'inutilità di tutto questo. Di questa forma di caricatura democratica che serve a far credere a tutti di avere un ruolo nel sistema, di avere l'illusione di poter esprimere una opinione, quando l'unico ruolo è di partecipare come il sistema vuole, non di creare... non esiste cioè uno spazio per la ragione, ma solamente per il far sentire la propria voce, non importa che cosa si dica: proprio come accade in televisione.
In realtà Internet e la televisione non sono poi così differenti e antitetiche come si vorrebbe far credere, si stanno avviando su una strada parallela di uniformismo, che non passa per il conformismo - che è una forma esplicita di sradicamento dell'individualità - ma verso l'omologazione: stili e modi di essere diversi ma tutti omologati, filtrati e standardizzati, in modo tale da inquadrare anche il "diverso": "Sei anticonformista? Allora ti devono per forza piacere queste cose!" Facendo diventare anche l'anticonformismo una forma di conformismo... Sì, lo so, in realtà è così da un po' e Internet non ha niente a che vedere con questa trasformazione, se non in una minima parte.
Insomma, avere sempre qualcosa di inutile da dire su internet - possibilmente di opposto in modo tale da creare uno scontro - non è molto dissiile dalle trasmissioni della De Filippi, dove interventi urlati e aggressivi, per affermare un'opinione qualsiasi, una bazzecola, hanno l'unico scopo di intervenire giusto per intervenire, per contrapporre la propria opinione - senza ragionarvi, il più delle volte - come scontro fine a sé stesso.
Internet fin dai suoi albori ha avuto lo stesso ruolo: i newsgroup, prima, le chat IRC e i forum, poi, sono stati l'arena di questi scontri di opinioni sui più svariati temi (di gran voga, da sempre, fascismo vs. antifascismo, genitrice di tutte le polemiche che si rispettino), sui quali bisogna schierarsi e scontrarsi, per dimostrare di appartenere (che è l'opposto di essere). Un gran pollaio di galline starnazzanti, insomma, dal quale non voglio certo tirarmene fuori e fare lo snob, poiché ne ho fatto e faccio parte anch'io, e poiché Internet mi piace e lo uso quotidianamente per mille faccende. Ma non posso fare a meno di dire: che palle! Non ne posso più di questo Internet. Di questo modo di educarci a intervenire sempre e comunque per poi, alla fine, non dire niente.
Internet è infatti il "grande tutto", dove qualsiasi informazione e punto di vista sono reperibili, e il "grande nulla", in cui tutto si perde e svanisce, in cui tutti scrivono, ma nessuno legge, dove tutti sbraitano di continuo, ma senza lo scopo di raggiungere alcun accordo o di costruire alcunché. Internet come arena dove sfogare le frustrazioni quotidiane, dove, dietro la maschera fornita dal mezzo, permette di manifestare quel che quotidianamente reprimiamo. Internet come specchio, che mostra le deformità che nel mondo reale si nascondono, per fare bella figura e apparire come si vorrebbe essere, ma non si è...
Così ho chiuso la maggior parte dei miei spazi nei vari social network, ed ero lì lì per chiudere anche questo blog. Ma poi ho deciso - per il momento - di restare ma ripartendo da zero: senza cambiare la forma, cioè il layout, ma cambiando la sostanza, cioè, il modo di porsi nei confronti del web. Ovvero: non scrivere per presenzialismo, ma quando si ha veramente qualche cosa da dire; limitare al minimo indispensabile i commenti negli spazi altrui; utilizzare i social network solamente per fini realmente sociali, ovvero contattare quelle persone che non ho altro modo di contattare; prediligere il dialogo diretto - in questo caso sotto forma di e-mail - evitando nel modo più radicale possibile gli interventi in spazi pubblici condivisi: non vedo perché, se ho qualcosa da dire a qualcuno, lo debba fare sotto gli occhi di tutti.
Di conseguenza da questo blog sono stati inibiti i commenti (non ho cancellato nulla, se non quei post che ritengo di dover eliminare per fare un po' di pulizia: i commenti sono sempre presenti nel database di Splinder, ma non vengono più richiamati dal layout del blog) e quella parte della comunità di Abastor superstite andrà via via eliminata: spariti da tempo forum e libro degli ospiti, la mailing list diventa una newsletter, chiusa e irraggiungibile da qualsiasi spazio web. Chi abbia qualcosa da dire, chi voglia fare un intervento sensato e costruttivo, può scrivermi privatamente, altrimenti legga in silenzio: di rumore di fondo ce n'è già fin troppo.
Di che cosa mi sono rotto? Di Internet, o meglio dell'Internet "comunitario", dell'Internet "sociale", dell'Internet che permette a tutti di dire la loro opinione, soprattutto quando non c'è niente da dire. In altre parole dei social network e di questa pseudo-democrazia virtuale.
Sì, di Facebook, MySpace, YouTube e compagnia ciarlante, ma anche dei commentini nei blog, delle stellette qua e là, dei pollici alzati e pollici versi, del "mi piace"/"non mi piace"... Mi sono rotto dell'inutilità di tutto questo. Di questa forma di caricatura democratica che serve a far credere a tutti di avere un ruolo nel sistema, di avere l'illusione di poter esprimere una opinione, quando l'unico ruolo è di partecipare come il sistema vuole, non di creare... non esiste cioè uno spazio per la ragione, ma solamente per il far sentire la propria voce, non importa che cosa si dica: proprio come accade in televisione.
In realtà Internet e la televisione non sono poi così differenti e antitetiche come si vorrebbe far credere, si stanno avviando su una strada parallela di uniformismo, che non passa per il conformismo - che è una forma esplicita di sradicamento dell'individualità - ma verso l'omologazione: stili e modi di essere diversi ma tutti omologati, filtrati e standardizzati, in modo tale da inquadrare anche il "diverso": "Sei anticonformista? Allora ti devono per forza piacere queste cose!" Facendo diventare anche l'anticonformismo una forma di conformismo... Sì, lo so, in realtà è così da un po' e Internet non ha niente a che vedere con questa trasformazione, se non in una minima parte.
Insomma, avere sempre qualcosa di inutile da dire su internet - possibilmente di opposto in modo tale da creare uno scontro - non è molto dissiile dalle trasmissioni della De Filippi, dove interventi urlati e aggressivi, per affermare un'opinione qualsiasi, una bazzecola, hanno l'unico scopo di intervenire giusto per intervenire, per contrapporre la propria opinione - senza ragionarvi, il più delle volte - come scontro fine a sé stesso.
Internet fin dai suoi albori ha avuto lo stesso ruolo: i newsgroup, prima, le chat IRC e i forum, poi, sono stati l'arena di questi scontri di opinioni sui più svariati temi (di gran voga, da sempre, fascismo vs. antifascismo, genitrice di tutte le polemiche che si rispettino), sui quali bisogna schierarsi e scontrarsi, per dimostrare di appartenere (che è l'opposto di essere). Un gran pollaio di galline starnazzanti, insomma, dal quale non voglio certo tirarmene fuori e fare lo snob, poiché ne ho fatto e faccio parte anch'io, e poiché Internet mi piace e lo uso quotidianamente per mille faccende. Ma non posso fare a meno di dire: che palle! Non ne posso più di questo Internet. Di questo modo di educarci a intervenire sempre e comunque per poi, alla fine, non dire niente.
Internet è infatti il "grande tutto", dove qualsiasi informazione e punto di vista sono reperibili, e il "grande nulla", in cui tutto si perde e svanisce, in cui tutti scrivono, ma nessuno legge, dove tutti sbraitano di continuo, ma senza lo scopo di raggiungere alcun accordo o di costruire alcunché. Internet come arena dove sfogare le frustrazioni quotidiane, dove, dietro la maschera fornita dal mezzo, permette di manifestare quel che quotidianamente reprimiamo. Internet come specchio, che mostra le deformità che nel mondo reale si nascondono, per fare bella figura e apparire come si vorrebbe essere, ma non si è...
Così ho chiuso la maggior parte dei miei spazi nei vari social network, ed ero lì lì per chiudere anche questo blog. Ma poi ho deciso - per il momento - di restare ma ripartendo da zero: senza cambiare la forma, cioè il layout, ma cambiando la sostanza, cioè, il modo di porsi nei confronti del web. Ovvero: non scrivere per presenzialismo, ma quando si ha veramente qualche cosa da dire; limitare al minimo indispensabile i commenti negli spazi altrui; utilizzare i social network solamente per fini realmente sociali, ovvero contattare quelle persone che non ho altro modo di contattare; prediligere il dialogo diretto - in questo caso sotto forma di e-mail - evitando nel modo più radicale possibile gli interventi in spazi pubblici condivisi: non vedo perché, se ho qualcosa da dire a qualcuno, lo debba fare sotto gli occhi di tutti.
Di conseguenza da questo blog sono stati inibiti i commenti (non ho cancellato nulla, se non quei post che ritengo di dover eliminare per fare un po' di pulizia: i commenti sono sempre presenti nel database di Splinder, ma non vengono più richiamati dal layout del blog) e quella parte della comunità di Abastor superstite andrà via via eliminata: spariti da tempo forum e libro degli ospiti, la mailing list diventa una newsletter, chiusa e irraggiungibile da qualsiasi spazio web. Chi abbia qualcosa da dire, chi voglia fare un intervento sensato e costruttivo, può scrivermi privatamente, altrimenti legga in silenzio: di rumore di fondo ce n'è già fin troppo.
Va bene, va bene, la pianto con gli Abastor Quiz: non c'è bisogno di dirlo. Il gioco è bello se dura poco, lo so. Però in cambio comincio a fare lo scapolo acido e insoddisfatto. Peggio per voi. Ve la siete cercata.
Allora, <scapolo inacidito mode on> (come scrivono i ziovani, io che ziovane non sono più e pertanto mi considero in diritto di essere acido e antipatico) parto con lo sparlare di una serie televisiva che, con mio grande rammarico, riscuote un grosso successo (presso i ziovani, ma non solo) : Sex and the City.
Facciamo un salto indietro nel tempo con la Time Machine del buon George (H.G. Wells himself - ovviamente faccio riferimento a L'uomo che visse nel futuro di George Pal, mica quella stratosferica cagata del remake) e andiamo indietro di, che so, mezzo secolo, tanto per fare i conti tondi. Torniamo su per giù nel 1957, quando parlare di sesso era non solo sconveniente, ma vergognoso, immorale e riprovevole. Allora, anche il minimo accenno al sesso - nei media, sia chiaro, perché l'omini di sesso tra loro ne han sempre parlato, checché provvedimenti ecclesiastici e statali né avessero da dire - era visto come un qualcosa di impensabile, tanto che il papa, riferendosi al sesso, utilizzava contorti eufemismi quali "le cose che riguardano la creazione".
Ovviamente tutto quel perbenismo dal quale, ci mancherebbe altro, ci siamo fortunatamente emancipati - anche se il suo fascino retro ce l'ha tutto e certi film presentano un eleganza tale, quando si trattava di accennare alle scene d'amore, che andrebbe recuperata - era un'immensa ipocrisia, dietro alla quale si voleva nascondere il solito puttanierismo di certi maschietti e la zoccolaggine di certe altre signore "per bene".
Torniamo al presente: presente nel quale siamo passati da un'estremo all'altro. Presente nel quale non si può imbastire un qualsiasi spettacolo senza parlare di sesso - persino Star Trek, che, nella serie classica sapeva accennare al sesso con eleganza e raffinatezza, quando, cioè, Kirk, non se ne lasciava scappare una, terrestre o aliena che fosse, bastava che respirasse. OK, il sesso è una parte della nostra vita, una cosa naturale, normale, vitale, indispensabile. Una cosa sulla quale non dispiace parlare nemmeno noi, eleganti e raffinati signori e signirine démodè.
Tuttavia ci sono dei limiti e spettacoli televisivi come Sex and the City li travalicano abbondamentemente.
Io odio Sex and the City.
No, non perché sono delle donne a parlare di sesso, non perché il sesso sia reso esplicito, ma perché il sesso è reso banale.
Innanzitutto le protagoniste di un simile show non sono impiegate dell'INPS (Anto', non so che farci, ma mi viene sempre questa metafora!), non sono operaie della Benetton o donne delle pulizie, ma svolgono sempre professioni improbabili, in cui non si sa cosa facciano, ma si sa che guadagnano un sacco di soldi - solo per potersi pagare gli appartamenti in centro a Nuova York devono guadagnare davvero un fottìo di soldi.
Le protagoniste fanno dio sa che (le grafiche, le designer, le arredatrici, che cazzo fanno?!), sono sempre e soltanto donne di alto rango, non hanno altro problema che quello di pensare a fare shopping e a procurarsi uno stallone per la serata.
Ma al di là di questo, la cosa più antipatica, stucchevole, miserevole, è il modo che hanno di parlare di sesso: ogni cosa deve essere per forza spiattellata alle amiche! Santocielo: io faccio una fatica a parlare della mia sessualità e dovrei venire torturato dalla Gestapo prima di parlare di quello che si fa a letto con una signora, come fanno queste a snocciolare ogni minimo dettaglio di quello che fanno a letto con i loro amanti occasionali? È... imbarazzante!
Voi mi direte: questa è la realtà. Bella realtà. Se questa è la realtà sono felice di non farne parte e di vivere in un mondo tutto mio.
Allora, <scapolo inacidito mode on> (come scrivono i ziovani, io che ziovane non sono più e pertanto mi considero in diritto di essere acido e antipatico) parto con lo sparlare di una serie televisiva che, con mio grande rammarico, riscuote un grosso successo (presso i ziovani, ma non solo) : Sex and the City.
Facciamo un salto indietro nel tempo con la Time Machine del buon George (H.G. Wells himself - ovviamente faccio riferimento a L'uomo che visse nel futuro di George Pal, mica quella stratosferica cagata del remake) e andiamo indietro di, che so, mezzo secolo, tanto per fare i conti tondi. Torniamo su per giù nel 1957, quando parlare di sesso era non solo sconveniente, ma vergognoso, immorale e riprovevole. Allora, anche il minimo accenno al sesso - nei media, sia chiaro, perché l'omini di sesso tra loro ne han sempre parlato, checché provvedimenti ecclesiastici e statali né avessero da dire - era visto come un qualcosa di impensabile, tanto che il papa, riferendosi al sesso, utilizzava contorti eufemismi quali "le cose che riguardano la creazione".
Ovviamente tutto quel perbenismo dal quale, ci mancherebbe altro, ci siamo fortunatamente emancipati - anche se il suo fascino retro ce l'ha tutto e certi film presentano un eleganza tale, quando si trattava di accennare alle scene d'amore, che andrebbe recuperata - era un'immensa ipocrisia, dietro alla quale si voleva nascondere il solito puttanierismo di certi maschietti e la zoccolaggine di certe altre signore "per bene".
Torniamo al presente: presente nel quale siamo passati da un'estremo all'altro. Presente nel quale non si può imbastire un qualsiasi spettacolo senza parlare di sesso - persino Star Trek, che, nella serie classica sapeva accennare al sesso con eleganza e raffinatezza, quando, cioè, Kirk, non se ne lasciava scappare una, terrestre o aliena che fosse, bastava che respirasse. OK, il sesso è una parte della nostra vita, una cosa naturale, normale, vitale, indispensabile. Una cosa sulla quale non dispiace parlare nemmeno noi, eleganti e raffinati signori e signirine démodè.
Tuttavia ci sono dei limiti e spettacoli televisivi come Sex and the City li travalicano abbondamentemente.
Io odio Sex and the City.
No, non perché sono delle donne a parlare di sesso, non perché il sesso sia reso esplicito, ma perché il sesso è reso banale.
Innanzitutto le protagoniste di un simile show non sono impiegate dell'INPS (Anto', non so che farci, ma mi viene sempre questa metafora!), non sono operaie della Benetton o donne delle pulizie, ma svolgono sempre professioni improbabili, in cui non si sa cosa facciano, ma si sa che guadagnano un sacco di soldi - solo per potersi pagare gli appartamenti in centro a Nuova York devono guadagnare davvero un fottìo di soldi.
Le protagoniste fanno dio sa che (le grafiche, le designer, le arredatrici, che cazzo fanno?!), sono sempre e soltanto donne di alto rango, non hanno altro problema che quello di pensare a fare shopping e a procurarsi uno stallone per la serata.
Ma al di là di questo, la cosa più antipatica, stucchevole, miserevole, è il modo che hanno di parlare di sesso: ogni cosa deve essere per forza spiattellata alle amiche! Santocielo: io faccio una fatica a parlare della mia sessualità e dovrei venire torturato dalla Gestapo prima di parlare di quello che si fa a letto con una signora, come fanno queste a snocciolare ogni minimo dettaglio di quello che fanno a letto con i loro amanti occasionali? È... imbarazzante!
Voi mi direte: questa è la realtà. Bella realtà. Se questa è la realtà sono felice di non farne parte e di vivere in un mondo tutto mio.
...è anche più facile riconoscersi in qualcosa (movimento, gruppo, orda di ultras, ideale politico, società di bocce... insomma, potete metterci quel che volete) che pensare con la propria testa, inventare qualcosa di proprio, unico, originale, che risponda al proprio spirito, creare qualcosa.
Insomma, è più facile comprare una torta pronta, che farsela da soli partendo dalle uova, dalla farina, dal burro... ed è un po' quello che ormai mi sembra stia succedendo a tutti i livelli. La gente è diventata pigra, mentalmente pigra. Anche l'energia giovanile più pura e incontaminata è ormai imbrigliata in questo genere di trappola, incapace di creare qualcosa di proprio, più facile prendere e copiare modelli preconfezionati che andare alla ricerca e scoprire qualcosa che gli altri non conoscono.
E allora che senso ha anche la parola "alternativo" se non è altro che l'ennesima forma di conformismo e di consumismo? Quel che vi piace, siete sicuri che vi piaccia perché è veramente di vostro gusto e non lo apprezzate invece perché il modello che avete indossato lo prevede come forma integrante di quel modo di essere?
No, non rispondete subito, la prima risposta che vi verrà sarà sicuramente quella sbagliata, affermando con sicurezza che seguite quel gruppo, vi vestite a quel modo, leggete quel libro, perché voi avete scelto di farlo, e non siete nemmeno coscienti di avere comprato l'intero pacchetto del perfetto ... (riempiere gli spazi vuoti a piacere), credendo di essere in grado di operare delle scelte... eccola lì: la tua opzione è già bella pronta sullo scaffale, pronta per essere venduta.
Niente di diverso, insomma, dall'essere alla moda, dal vestirsi come la rivista di trendy fashion freak show vi impone di fare, o del seguire il campionato di calcio, perché altrimenti non sapete come trovare un link con gli altri esseri umani (c'è proprio bisogno di farlo? Io non credo...)... calcio, politica, religione, musica, cultura... alla fin fine non sono che un mezzo per omologarsi, per trovare un pollaio comune nel quale razzolare invece che essere costretti a pensare.
Eccoli lì tanti modelli preconfezionati: il kit "uomo", che prevede una squadra di calcio per cui tifare, una rivista piena di foto patinate di un qualche "gommone" televisivo; il kit "donna", con la sua rivista trendy, la passione per la moda, l'estetista, la parrucchiera...; il kit "alternativo", il kit "intellettuale", ecc. ecc.
È triste, ma è così. Ormai si è persa ogni spontaneità, ogni energia, e siamo tutti degli zombie inebetiti che comprano quel che viene loro offerto dall'imbonitore di turno.
Ed è questa la migliore forma di controllo... dividi et impera? No: ammassa e comanda.
È la più subdola forma di regime quella che fa credere di poter operare delle scelte. Ti fornisce delle opzioni, ma, alla fine non cambia molto che tu ne scelga una o l'altra. E così ti hanno abituato a scegliere tra i concorrenti di un reality o a tifare per una squadra invece che per un'altra, o ancora a seguire una corrente (di musica, pensiero, arte...) invece che un'altra, e, infine, a votare, e tu credi di poter cambiare le cose votando.
No, non fraintendetemi: non me ne tiro fuori, anch'io ne faccio parte. Per dire, sono andato a votare anch'io (fa parte delle mie contraddizioni), ma con la coscienza di far parte di un gioco, di un'illusione. E così non cambia assolutamente niente che tu voti o non voti, è una tua scelta, per me sono rispettabili entrambe, purché si sia consapevoli di non stare operando nessuna scelta.
L'illusione è quella di essere libero, di essere un "persona", quando alla fine sei solo un consumatore, e l'unica libertà che hai è quella di scegliere la marca del prodotto, ma sei costretto a comprarlo comunque.
E "Fahreneit 451" è sempre più vicino.
Insomma, è più facile comprare una torta pronta, che farsela da soli partendo dalle uova, dalla farina, dal burro... ed è un po' quello che ormai mi sembra stia succedendo a tutti i livelli. La gente è diventata pigra, mentalmente pigra. Anche l'energia giovanile più pura e incontaminata è ormai imbrigliata in questo genere di trappola, incapace di creare qualcosa di proprio, più facile prendere e copiare modelli preconfezionati che andare alla ricerca e scoprire qualcosa che gli altri non conoscono.
E allora che senso ha anche la parola "alternativo" se non è altro che l'ennesima forma di conformismo e di consumismo? Quel che vi piace, siete sicuri che vi piaccia perché è veramente di vostro gusto e non lo apprezzate invece perché il modello che avete indossato lo prevede come forma integrante di quel modo di essere?
No, non rispondete subito, la prima risposta che vi verrà sarà sicuramente quella sbagliata, affermando con sicurezza che seguite quel gruppo, vi vestite a quel modo, leggete quel libro, perché voi avete scelto di farlo, e non siete nemmeno coscienti di avere comprato l'intero pacchetto del perfetto ... (riempiere gli spazi vuoti a piacere), credendo di essere in grado di operare delle scelte... eccola lì: la tua opzione è già bella pronta sullo scaffale, pronta per essere venduta.
Niente di diverso, insomma, dall'essere alla moda, dal vestirsi come la rivista di trendy fashion freak show vi impone di fare, o del seguire il campionato di calcio, perché altrimenti non sapete come trovare un link con gli altri esseri umani (c'è proprio bisogno di farlo? Io non credo...)... calcio, politica, religione, musica, cultura... alla fin fine non sono che un mezzo per omologarsi, per trovare un pollaio comune nel quale razzolare invece che essere costretti a pensare.
Eccoli lì tanti modelli preconfezionati: il kit "uomo", che prevede una squadra di calcio per cui tifare, una rivista piena di foto patinate di un qualche "gommone" televisivo; il kit "donna", con la sua rivista trendy, la passione per la moda, l'estetista, la parrucchiera...; il kit "alternativo", il kit "intellettuale", ecc. ecc.
È triste, ma è così. Ormai si è persa ogni spontaneità, ogni energia, e siamo tutti degli zombie inebetiti che comprano quel che viene loro offerto dall'imbonitore di turno.
Ed è questa la migliore forma di controllo... dividi et impera? No: ammassa e comanda.
È la più subdola forma di regime quella che fa credere di poter operare delle scelte. Ti fornisce delle opzioni, ma, alla fine non cambia molto che tu ne scelga una o l'altra. E così ti hanno abituato a scegliere tra i concorrenti di un reality o a tifare per una squadra invece che per un'altra, o ancora a seguire una corrente (di musica, pensiero, arte...) invece che un'altra, e, infine, a votare, e tu credi di poter cambiare le cose votando.
No, non fraintendetemi: non me ne tiro fuori, anch'io ne faccio parte. Per dire, sono andato a votare anch'io (fa parte delle mie contraddizioni), ma con la coscienza di far parte di un gioco, di un'illusione. E così non cambia assolutamente niente che tu voti o non voti, è una tua scelta, per me sono rispettabili entrambe, purché si sia consapevoli di non stare operando nessuna scelta.
L'illusione è quella di essere libero, di essere un "persona", quando alla fine sei solo un consumatore, e l'unica libertà che hai è quella di scegliere la marca del prodotto, ma sei costretto a comprarlo comunque.
E "Fahreneit 451" è sempre più vicino.
Stavo pensando a quante versioni alternative della mia vita avrei potuto vivere, fin dalla scelta scolastica... dopo le medie ho preso la direzione - sbagliata - dell'Alberghiera: non era proprio il mio lavoro! Un anno dopo dal mio ritiro scolastico, in seconda, scelsi di frequentare un biennio di Assistente Fotografo presso un Centro Formazione Professionale regionale - altra scelta sbagliata, è la classica qualifica che puoi anche usare in mancanza di carta più morbida, dato che non serve assolutamente a niente essendo generalmente equiparata ad una licenza media.
Che cosa sarebbe successo della mia vita se avessi scelto di frequentare l'Istituto per Geometri (scuola che avevo visitato durante una gita scolastica orientativa)? O se avessi scelto già allora un indirizzo grafico o informatico (c'erano già nell'83 scuole superiori a indirizzo informatico?)... o numerose altre possibilità offerte da altrettanti indirizzi scolastici... allora soffrivo di una forte idiosincrasia nei confronti dell'istruzione, più tardi mi resi conto che invece lo studio era affascinante, e avrei potuto anche frequentare un liceo, poi l'università, con indirizzo letteratura o storia... Certamente ora se potessi tornare indietro di sicuro non farei l'Alberghiero, né il CFP.
Di queste "versioni alternative" ne hanno trattato anche alcuni film e purtroppo ho notizia che se ne occuperà anche l'ennesimo programma televisivo cialtrone, che il mio snobismo, fortunamente, mi impedirà di vedere, ma nell'Immensità del Tutto queste "vite alternative" esistono tutte, e sono altrettanto reali delle traiettorie esistenziali imboccate per scelta o per pigrizia o per necessità, e si chiamano anche "varianti non vissute".
Mi chiedo quante volte dovremmo rivivere la stessa vita (invece di reincarnarci in un'altra) per poter percorrere tutte le varianti che non abbiamo vissuto... e che cosa ci aspetterebbe alla fine... A tal proposito penso che sicuramente sbagli il film "Sliding Doors" in cui in una variante la protagonista muore e nell'altra no, più realistica la visione di H.G. Wells che ritroviamo nel (mediocre) remake di "The time machine", in cui il protagonista in grado di tornare indietro nel tempo, qualunque scelta faccia, vede di volta in volta disillusa la propria speranza di salvare la fidanzata: bisogna anche fare i conti con il Destino, che non si può scansare tanto facimente, qualunque vita scegliamo di vivere.
E tutto ciò è immensamente affascinante.
Che cosa sarebbe successo della mia vita se avessi scelto di frequentare l'Istituto per Geometri (scuola che avevo visitato durante una gita scolastica orientativa)? O se avessi scelto già allora un indirizzo grafico o informatico (c'erano già nell'83 scuole superiori a indirizzo informatico?)... o numerose altre possibilità offerte da altrettanti indirizzi scolastici... allora soffrivo di una forte idiosincrasia nei confronti dell'istruzione, più tardi mi resi conto che invece lo studio era affascinante, e avrei potuto anche frequentare un liceo, poi l'università, con indirizzo letteratura o storia... Certamente ora se potessi tornare indietro di sicuro non farei l'Alberghiero, né il CFP.
Di queste "versioni alternative" ne hanno trattato anche alcuni film e purtroppo ho notizia che se ne occuperà anche l'ennesimo programma televisivo cialtrone, che il mio snobismo, fortunamente, mi impedirà di vedere, ma nell'Immensità del Tutto queste "vite alternative" esistono tutte, e sono altrettanto reali delle traiettorie esistenziali imboccate per scelta o per pigrizia o per necessità, e si chiamano anche "varianti non vissute".
Mi chiedo quante volte dovremmo rivivere la stessa vita (invece di reincarnarci in un'altra) per poter percorrere tutte le varianti che non abbiamo vissuto... e che cosa ci aspetterebbe alla fine... A tal proposito penso che sicuramente sbagli il film "Sliding Doors" in cui in una variante la protagonista muore e nell'altra no, più realistica la visione di H.G. Wells che ritroviamo nel (mediocre) remake di "The time machine", in cui il protagonista in grado di tornare indietro nel tempo, qualunque scelta faccia, vede di volta in volta disillusa la propria speranza di salvare la fidanzata: bisogna anche fare i conti con il Destino, che non si può scansare tanto facimente, qualunque vita scegliamo di vivere.
E tutto ciò è immensamente affascinante.
In questo periodo dell'anno, cominciano a popolare le edicole i campioni pilota delle cosiddette "collezioni", ovvero quelle raccolte di ciarpame, imitazioni di oggetti da collezione, da raccogliere, con uscita a fascicoli settimanali. Mi son sempre chiesto come mai proprio alla fine dell'estate, all'approssimarsi dell'autunno: non è un'invenzione degli editori, perché l'interesse per le collezioni torna spesso a farsi sentire verso settembre-ottobre. Forse perché legato al ciclo naturale in cui si preparavano le scorte per l'inverno?
Fattostà che questo furoreggiare di raccolte inutili è altamente anti-abastoriano. Il termine "collezione", poi, è usato totalmente a sproposito, poiché il collezionista non compra e raccoglie una collezione bell'e pronta - formata poi di TAROCCHI, perché di fatto questo le raccolte sono: in qualche modo "falsi", cioè riproduzioni degli originali che il vero collezionista invece ricerca e raccoglie.
Si creano così dei collezionisti wanna be che con il vero collezionista non hanno nulla a che spartire: non c'è da parte del raccoglitore di fascicoli una "ricerca", un interesse, un acculturarsi, conoscere e ricercare un determinato tipo di oggetti. È invece una forma di pigrizia mentale camuffata da collezionismo, un mero "comprare" oggetti che poi non hanno alcun valore, appunto perché riproduzioni sono.
Il vero collezionista conosce, e ricerca pezzo per pezzo gli oggetti che compongono la sua collezione, per lo più provenienti da diverse fonti, usati, alcuni in buono stati altri più usurati. Oggetti che hanno non solo un proprio valore economico (a volte 0 altre volte altissimo, non fa differenza), ma soprattutto un loro valore intrinseco, formato dalla manifattura quanto dal passaggio di proprietà dell'oggetto stesso.
Prendiamo come esempio i dischi: anni fa uscirono in edicola dei 45 giri sponsorizzati da Red Ronnie, ristampe di singoli celebri degli anni '60. Si presentava così l'ennesima "collezione" bell'e pronta che, di fatto, non poteva avere né il valore né un interesse storico-culturale che ha, invece, la ricerca e la collezione dei pezzi originali. Come sempre accade in questi casi, l'oggetto venduto in edicola a fascicoli immediatamente dopo l'acquisto perde il suo valore, poiché di riproduzione si tratta, al contrario dell'originale che col tempo (se in buone-discrete condizioni, poiché purtroppo spesso accade che dischi senza copertina e da buttare finiscano venduti a cifre sproporzionate da gente che di musica non ne sa un tubo) invece ne acquista.
La collezione è affascinante: il proprietario può presentare oggetti che hanno una propria storia, un proprio vissuto, un proprio passato. E lui li conosce, li ha ricercati. La sensazione di scovare una chicca in uno scantinato o in un mercatino dell'usato, contrattarne il prezzo, toccarne con mano i difetti e i segni del tempo, è parte integrante del piacere della collezione: che storia può avere una riproduzione venduta a fascicoli in edicola? La raccolta, appunto, invece non trasmette alcunché e il proprietario che la possa vantare davanti ad amici e parenti non farà altro che la figura del mediocre. Un vero collezionista potrà anche essere uno sfigato, ma uno sfigato acculturato, non sarà mai il mediocre che invece può essere il "raccoglitore" di fascicoli settimanali.
Perciò se vi sentite attratti e determinati a formarvi una collezione, sappiate che prima di tutto si tratta di formarvi una cultura, e solo in seconda istanza sborsare del denaro per comprare gli oggetti originali che l'andranno a comporre. Oppure lasciate perdere le raccolte in edicola, non hanno nulla a che spartire con le collezioni e una volta che le avrete terminate non solo non vi trasmetteranno alcunché, ma non potrete neppure rifarvi dei soldi impegnati, perché non hanno neppure alcun valore collezionistico e dovrete neccessariamente svenderle a meno della metà di quanto le avrete pagate.
Questo naturalmente con le dovute eccezioni: nei primi anni ottanta sono uscite in edicola delle raccolte in vinile 12" contenenti brani di autori italiani altrimenti difficilmente reperibili, è infatti grazie alla raccolta "Superstar" che possiamo oggi ascoltare ad esempio le canzoni di Battiato degli anni '60 o avere raccolte interessanti di altri autori diffcilmente reperibili a prezzi decenti, come i Krisma.
Fattostà che questo furoreggiare di raccolte inutili è altamente anti-abastoriano. Il termine "collezione", poi, è usato totalmente a sproposito, poiché il collezionista non compra e raccoglie una collezione bell'e pronta - formata poi di TAROCCHI, perché di fatto questo le raccolte sono: in qualche modo "falsi", cioè riproduzioni degli originali che il vero collezionista invece ricerca e raccoglie.
Si creano così dei collezionisti wanna be che con il vero collezionista non hanno nulla a che spartire: non c'è da parte del raccoglitore di fascicoli una "ricerca", un interesse, un acculturarsi, conoscere e ricercare un determinato tipo di oggetti. È invece una forma di pigrizia mentale camuffata da collezionismo, un mero "comprare" oggetti che poi non hanno alcun valore, appunto perché riproduzioni sono.
Il vero collezionista conosce, e ricerca pezzo per pezzo gli oggetti che compongono la sua collezione, per lo più provenienti da diverse fonti, usati, alcuni in buono stati altri più usurati. Oggetti che hanno non solo un proprio valore economico (a volte 0 altre volte altissimo, non fa differenza), ma soprattutto un loro valore intrinseco, formato dalla manifattura quanto dal passaggio di proprietà dell'oggetto stesso.
Prendiamo come esempio i dischi: anni fa uscirono in edicola dei 45 giri sponsorizzati da Red Ronnie, ristampe di singoli celebri degli anni '60. Si presentava così l'ennesima "collezione" bell'e pronta che, di fatto, non poteva avere né il valore né un interesse storico-culturale che ha, invece, la ricerca e la collezione dei pezzi originali. Come sempre accade in questi casi, l'oggetto venduto in edicola a fascicoli immediatamente dopo l'acquisto perde il suo valore, poiché di riproduzione si tratta, al contrario dell'originale che col tempo (se in buone-discrete condizioni, poiché purtroppo spesso accade che dischi senza copertina e da buttare finiscano venduti a cifre sproporzionate da gente che di musica non ne sa un tubo) invece ne acquista.
La collezione è affascinante: il proprietario può presentare oggetti che hanno una propria storia, un proprio vissuto, un proprio passato. E lui li conosce, li ha ricercati. La sensazione di scovare una chicca in uno scantinato o in un mercatino dell'usato, contrattarne il prezzo, toccarne con mano i difetti e i segni del tempo, è parte integrante del piacere della collezione: che storia può avere una riproduzione venduta a fascicoli in edicola? La raccolta, appunto, invece non trasmette alcunché e il proprietario che la possa vantare davanti ad amici e parenti non farà altro che la figura del mediocre. Un vero collezionista potrà anche essere uno sfigato, ma uno sfigato acculturato, non sarà mai il mediocre che invece può essere il "raccoglitore" di fascicoli settimanali.
Perciò se vi sentite attratti e determinati a formarvi una collezione, sappiate che prima di tutto si tratta di formarvi una cultura, e solo in seconda istanza sborsare del denaro per comprare gli oggetti originali che l'andranno a comporre. Oppure lasciate perdere le raccolte in edicola, non hanno nulla a che spartire con le collezioni e una volta che le avrete terminate non solo non vi trasmetteranno alcunché, ma non potrete neppure rifarvi dei soldi impegnati, perché non hanno neppure alcun valore collezionistico e dovrete neccessariamente svenderle a meno della metà di quanto le avrete pagate.
Questo naturalmente con le dovute eccezioni: nei primi anni ottanta sono uscite in edicola delle raccolte in vinile 12" contenenti brani di autori italiani altrimenti difficilmente reperibili, è infatti grazie alla raccolta "Superstar" che possiamo oggi ascoltare ad esempio le canzoni di Battiato degli anni '60 o avere raccolte interessanti di altri autori diffcilmente reperibili a prezzi decenti, come i Krisma.





